Siamo ormai assuefatti all’immagine di un decano degli autocrati come il presidente turco Recep Tayyip Erdogan che accoglie ad Ankara ai piedi della scaletta dell’aereo Donald Trump, l’apprendista stregone della categoria. Fa ancora un certo effetto che i due si incontrino in occasione del vertice NATO, di cui il primo doveva essere l’avanposto laico nella polveriera del Medio Oriente e l’altro il baluardo in tutto il mondo libero.

Ho incrociato queste immagini poco prima della proiezione a Firenze del film nominato all’Oscar The Apprentice, che narra la vicenda dell’ascesa imprenditoriale di Donald Trump nella New York degli anni ottanta. La proiezione è avvenuta alla presenza del regista Ali Abbasi su invito della Fondazione Stensen, che mi ha concesso il piccolo grande privilegio di cenare con lui. Ne è nata una conversazione che mi ha confermato due convinzioni che su queste pagine ripeto da tempo, e arricchito di una terza.

La prima: il picco più alto della democrazia liberale occidentale è stato, con ogni evidenza storica, tra il 2002 e il 2004: l’allargamento della Nato e della Ue ad Est, l’introduzione dell’Euro, la globalizzazione: Da lì in poi, un’erosione inesorabile: di fiducia nella tenuta delle istituzioni e delle sue impalcature e di quella grammatica civile e costituzionale condivisa che teneva insieme destra e sinistra prima che diventassero tribù. Abbasi lo vede da regista, io da studioso ma siamo arrivati alla stessa diagnosi.

La seconda: la ragione per cui la politica contemporanea è oggi popolata da bulli e aspiranti tiranni non è un mistero. È il risultato quasi banale della mediocrità con cui la classe politica viene formata e selezionata. Non produciamo più statisti come Marshall, Eisenhower, De Gasperi, Schuman, Adenauer perché abbiamo smantellato i luoghi, i tempi e le circostanze in cui gli statisti si formavano. Credo di poter lamentare questa penuria con cognizione di causa, avendo contribuito a creare e ora a dirigere un’alta scuola europea di formazione di futuri leader da tutto il mondo.

The Apprentice fa esattamente lo stesso a partire dal titolo, raccontando l’apprendistato di un personaggio pubblico attraverso l’assenza totale di virtù civiche. Il film è, in fondo, una farsa del romanzo di formazione: non la storia di un giovane che impara a diventare grande, ma di un ragazzo goffo e insicuro che impara a diventare spietato. Il maestro è Roy Cohn, l’avvocato che aveva mosso i primi passi durante la caccia alle streghe comuniste del senatore Joseph McCarthy, e che trasmette la stregoneria al giovane Trump. Non un’ideologia ma un metodo, distillato in tre regole che oggi vediamo ovunque: 1) attacca, attacca, attacca; 2) non ammettere mai nulla, nega tutto; e 3) qualunque cosa accada, rivendica la vittoria. Sono tre principi che non sono necessariamente innati o genetici ma che un bullo può istintivamente perfezionare. Ed è qui che il film smette di essere un ritratto biografico e diventa una diagnosi sociologica dell’Occidente. Cohn insegna a Trump che l’assenza di scrupoli sia una competenza tecnica e socialmente accettabile, e finisce per rendersi conto di aver creato un mostro.

Questa è la terza lezione, che mi ha colpito di più come educatore: non la crudeltà e la spregiudicatezza, ma la loro trasmissione e normalizzazione, il momento in cui sono divulgate come canovaccio per tutte le relazioni umane. Guardando The Apprentice si capisce come tanti epigoni, in tante democrazie, abbiano frequentato la stessa accademia fuori dalle mura. Ho imparato dal film e dal suo regista che con il declino dell’Occidente e con la mediocrità della classe dirigente ci siamo anche assuefatti ad una drastica riduzione dell’orizzonte del Bene comune.

E allora la scena dell’aeroporto, con Erdogan che prende sottobraccio Trump e lo accompagna sul tappeto rosso ha un retrogusto amarissimo. Un tempo questi gesti sottintendevano la sicurezza condivisa, i valori democratici, l’Occidente. Oggi sono una cacofonia di forme svuotate completamente dei loro valori originali e riempite di ben altri esecrabili contenuti. Gli stessi spiegati da Abbasi con dovizia di particolari nell’Apprentice.