Lo scenario
Guerra in Ucraina, la chiave è il confine bielorusso: dai ripetitori al confronto strategico, è il banco di prova della deterrenza Ue
Zelensky non sta soltanto contestando una possibile infrastruttura di supporto. Sta mettendo alla prova il grado di coinvolgimento di Lukashenko nella guerra
C’è un errore che gli osservatori commettono spesso quando analizzano la guerra in Ucraina: considerare le infrastrutture tecniche come dettagli marginali e la geopolitica come un gioco esclusivamente militare.
L’ultimatum lanciato da Volodymyr Zelensky ad Alexander Lukashenko il 19 giugno dimostra esattamente il contrario. Al centro della vicenda non ci sono carri armati, missili o divisioni corazzate, ma alcuni apparati di ritrasmissione installati in due regioni bielorusse al confine con l’Ucraina. Eppure la questione investe direttamente sovranità nazionale, deterrenza strategica e stabilità europea.
Secondo Kyiv, questi ripetitori contribuirebbero al supporto operativo degli attacchi russi contro il territorio ucraino. La funzione specifica delle installazioni non è stata verificata in modo indipendente e sarebbe irresponsabile trasformare un’accusa politica in una certezza tecnica. Tuttavia, l’aspetto più rilevante non è tanto la natura degli apparati quanto il messaggio che Zelensky ha scelto di inviare: se Minsk non interverrà, potrebbe farlo l’Ucraina. In qualsiasi altro contesto si tratterebbe di una controversia bilaterale. Nel cuore dell’Europa orientale, invece, ogni infrastruttura collocata in Bielorussia assume una dimensione strategica. Minsk non è infatti un vicino neutrale. È il principale alleato politico e militare della Federazione Russa, integrato nello Stato dell’Unione, legato a Mosca da vincoli economici e di sicurezza e parte essenziale della profondità strategica russa. La Bielorussia rappresenta una cerniera geografica decisiva. Da un lato confina con l’Ucraina, dall’altro si affaccia sul fianco orientale della NATO, tra Polonia, Lituania e Lettonia. Per il Cremlino costituisce una piattaforma di proiezione e deterrenza; per Kyiv un potenziale retroterra delle operazioni russe; per l’Alleanza Atlantica un elemento cruciale dell’equilibrio regionale. È qui che emerge il vero significato politico dell’ultimatum ucraino.
Zelensky non sta soltanto contestando una possibile infrastruttura di supporto. Sta mettendo alla prova il grado di coinvolgimento della Bielorussia nella guerra e, indirettamente, la credibilità delle garanzie offerte da Mosca al regime di Lukashenko. La risposta russa, tuttavia, non è affatto scontata. Alcuni commentatori evocano automaticamente scenari di escalation incontrollata, arrivando persino a ipotizzare il ricorso alle capacità nucleari tattiche dispiegate sul territorio bielorusso. È una lettura poco realistica. La deterrenza moderna non consiste nell’applicare sempre la massima forza disponibile, ma nel rendere credibile una risposta proporzionata e politicamente sostenibile. Per Mosca il problema centrale è preservare l’immagine di protettore della Bielorussia senza trasformare una controversia limitata in una crisi europea. Per Lukashenko la sfida è ancora più delicata: mantenere il sostegno russo evitando che il proprio Paese venga trascinato direttamente nel conflitto. Per l’Ucraina, invece, l’obiettivo è rendere sempre più costoso l’utilizzo del territorio bielorusso come spazio di supporto alle operazioni russe. Da questa prospettiva, la disputa sui ripetitori è molto più di una questione tecnica.
È un test politico rivolto contemporaneamente a tre capitali: Kyiv, Minsk e Mosca. La soglia decisiva non è quella militare, ma quella della percezione strategica. L’Europa e l’Occidente hanno interesse a che prevalga una soluzione verificabile e proporzionata. Perché la storia insegna che le grandi crisi non nascono sempre da grandi eventi. Talvolta cominciano da una torre, da un segnale radio e da un confine che nessuno riesce più a considerare soltanto un confine.
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