Nodi sui colloqui con Mosca
Guerra in Ucraina, il formato Normandia e il giallo Ue su chi deve trattare con Putin ma “siamo con Kyiv”
Il Consiglio europeo è terminato con i nuovi attacchi di Trump che fanno da rumore, neanche tanto, di sottofondo. Sembra quasi che il testo conclusivo del summit abbia fatto da risposta al presidente Usa. The Donald ha ribadito il fallimento dell’Europa in fatto di energia e immigrazione. Nonché si è lavato le mani della questione ucraina. “Pazienza, noi proseguiamo sulla nostra strada”. È questo il senso del documento, in cui si legge l’intenzione di Bruxelles di “favorire la transizione verso un’economia pulita e la decarbonizzazione”, pur nell’ottica di una revisione degli Ets e del rilancio della competitività industriale.
In fatto di immigrazione, gli Stati europei – non tutti a onor del vero – si dicono determinati ad avviare progetti pilota. A margine del Consiglio, la premier italiana Meloni si è vista con la omologa danese Frederiksen e il primo ministro olandese Jetten per condividere soluzioni innovative da applicare alla gestione del fenomeno migratorio. Tema che ha visto il premier Sánchez di tutt’altra opinione, al punto che, giovedì sera tardi, pare che si sia confrontato duramente con la nostra presidente del Consiglio.
Ma è l’Ucraina il pezzo forte dell’appuntamento. Dopo il massiccio attacco delle forze di Kyiv sul territorio russo, ci si aspettava una linea di maggiore apertura. L’Ucraina è Europa. Se lo si sta ribadendo in tutte le salse, perché allora non accelerarne il processo di integrazione? Invece è stata proprio la parola “accelerazione” a essere estromessa dal testo finale. Mano galeotta, ancora una volta, quella ungherese. L’ha rivendicato il premier Magyar su X: “Su mia iniziativa, all’ultimo momento è stata eliminata dal testo la clausola che faceva riferimento all’accelerazione dell’adesione. Non è stato facile”. Il gesto non significa che Budapest sia tornata sui suoi passi. Al contrario, è il risultato delle perplessità di tutta Europa. Con una crescita dei flussi migratori dal Medio Oriente alle porte, i Paesi più esposti a episodi simili sul fianco Est preferiscono mettere le mani avanti. C’è poi la discordanza su come trattare con la Russia. «L’Ue è incapace di mettersi d’accordo sui negoziati con Mosca», diceva ieri il premier ceco, Andrej Babiš– vicino alle posizioni di Putin – evocando il cosiddetto “formato Normandia”, il tavolo diplomatico in cui nel 2014 si riunirono Russia, Ucraina, Francia e Germania per porre fine al conflitto nel Donbass. Polemica, questa, diretta in modo implicito alle ambizioni dei Volenterosi di andare avanti da soli.
Resta appunto il dubbio su chi dovrebbe negoziare con il Cremlino. Ammesso e non concesso che questo sia disponibile. «I raid su Mosca indicano che l’Ucraina non vuole la pace», diceva il ministro degli Esteri russo, Lavrov. Giorni fa, Meloni aveva ribadito la necessità di assegnare il ruolo a una figura che rappresenti tutte le istanze europee. Il problema è che queste sono tante e difficili da assemblare. Infine, va tenuta a mente la questione degli altri “bussanti”. In vista del suo semestre di presidenza di turno il prossimo anno, la Grecia ha fatto sapere che il Montenegro ha tutte le carte in regola che entrare in Ue già nel 2027.
Questo non vuol dire che l’Ue si sfili dal sostegno all’Ucraina. Al contrario. L’Europa non è l’America di Trump. Il Consiglio ha ribadito il sostegno politico, militare e finanziario a Kyiv. “La prima erogazione del prestito da 90 miliardi di euro arriverà prima della fine di giugno 2026”. Nel frattempo, si valuta “la rapida adozione del 21esimo pacchetto di sanzioni” contro Mosca. Sul fronte difesa, si procede con il riarmo. Maggiori investimenti, capacità operative comuni e riduzione delle dipendenze strategiche dall’estero. Insomma, Kyiv non poteva pretendere di più.
© Riproduzione riservata






