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Nuovo Presidente della Repubblica, sul Colle più alto manca l’alternanza
Non solo non è un tabù, come ha detto la premier Giorgia Meloni, ma è un fattore decisivo perché il lungo percorso della democrazia italiana sia compiuto. Una democrazia è tale non quando si può votare, perché si vota sempre meno e non perché ci sia un dittatore che impedisca o limiti il diritto ad eleggere i propri rappresentanti, ma perché il “sovrano” – che è il popolo – nella nostra contemporaneità decide di votare meno o addirittura di votare poco: all’incirca la metà degli aventi diritto. E per stroncare una crassa ignoranza circolante tra pezzi di ceto politico e mediatico – che sarebbe meglio definire propagandistico – va sottolineato che la percentuale è bassa anche quando si vota con le preferenze, dalle elezioni europee alle amministrative.
L’essenza vera della democrazia non è il diritto di voto, ma è l’alternanza: nessuno vince o perde per sempre e nessuno – individuo, soggetto collettivo, financo cultura politica – deve occupare un “potere” pubblico, oltre un certo limitato tempo. Il che in Italia, con l’avvento della Seconda Repubblica, dagli anni ‘90, avviene regolarmente per il governo del Paese e per le presidenze delle Camere, ma non per la presidenza della Repubblica.
Manca l’alternanza sul Colle più alto: l’elezione di un Capo dello Stato di centrodestra, o persino di destra, oggi maggioritaria nell’alleanza di governo. Uno squilibrio evidente dopo che l’elezione e il bis di Giorgio Napolitano hanno infranto, per usare lo stesso termine utilizzato dalla presidente del Consiglio, il tabù del Quirinale precluso per molti anni a una personalità di cultura comunista, che pure è stata la seconda “religione civile” praticata nel Paese. L’ascesa al Colle più alto di un rappresentante del popolo “conservative” o della “rive droite” sarebbe pertanto non una disgrazia, come strumentalmente si va gridando da molti ambienti progressisti – su tutti da Matteo Renzi – ma un elemento di piena e reciproca legittimazione dei due poli politici su cui, con qualche acciacco o diversione, si articola la nostra vita istituzionale, la quale ha già determinato anche la “rupture” della prima premier donna e di destra; che a sua volta probabilmente sarà il capo del governo più stabile dal nostro dopoguerra.
In quest’ottica, la mancata alternanza al Quirinale ha finito per generare un vulnus allo spirito repubblicano: il doppio mandato di due presidenti della Repubblica, Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella – il quale è vicino a tagliare il traguardo singolare dei 14 anni di permanenza nell’incarico – costituisce obiettivamente uno “stato d’eccezione” di forte sapore “monarchico”, che contraddice in modo evidente i princìpi impliciti, ma riconosciuti, della nostra Costituzione. Il fatto che i fruitori del bis presidenziale siano stati due esponenti di primo piano del mondo “left” dà senso e valore all’obiettivo dell’attuale maggioranza di governo di poter esprimere, al prossimo giro, una propria personalità come custode della Carta del 1948: un soglio che non può più essere monopolio di una sola parte.
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