Nel 2024 lo storico Georges Bensoussan osservava che la ragione occidentale, davanti al 7 ottobre, trova una causa semplice: l’occupazione dei territori palestinesi. Da noi la questione si è semplificata ancora, e adesso ha un cognome. Domenica 9 agosto l’ha confermato il diretto interessato: respingendo il piano americano, Netanyahu ha annunciato che uno Stato palestinese non nascerà “finché sarò primo ministro”. La notizia è il no; a me interessa il finché.

Netanyahu è l’unica cosa, in tutta questa storia, che si possa cambiare votando. È per questo che gli abbiamo caricato addosso tutto il resto. Che tutto questo non si riduca a un uomo si può mostrare da due lati. Claudio Velardi ha parlato qui di ciò che manca sul versante palestinese. Al suo ragionamento se ne può affiancare uno speculare: togliere Netanyahu e vedere se cambia ciò che si dice di Israele. L’esperimento è già stato fatto tre volte. C’è la volta in cui non è ancora nessuno. Il 10 novembre 1975 l’Assemblea generale dell’Onu approva la risoluzione 3379, che definisce il sionismo una forma di razzismo e di discriminazione razziale; la revocherà nel 1991. Netanyahu ha ventisei anni, studia al Mit e si firma Ben Nitay.

Poi c’è la volta in cui finisce all’opposizione. Il 13 giugno 2021 la Knesset approva con sessanta voti contro cinquantanove una coalizione che va dalla destra di Yamina alla sinistra di Meretz, con i laburisti e, per la prima volta, il Raam islamista di Mansour Abbas. Sette mesi e mezzo dopo, il 1° febbraio 2022, Amnesty International pubblica un rapporto di duecentottanta pagine intitolato “L’apartheid di Israele contro i palestinesi”.

E poi c’è Gaza, che è la prova difficile, perché lì ad andarsene non è un uomo ma un esercito. Il 16 febbraio 2005 la Knesset approva con cinquantanove voti contro quaranta la legge di attuazione del disimpegno: lo sgombero cessa di essere un progetto politico e diventa una procedura. Il 9 luglio oltre centosettanta organizzazioni della società civile palestinese firmano l’appello per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni. Il disimpegno non lo ignorano: lo citano, sostenendo che serva a coprire l’espansione in Cisgiordania. Il 7 agosto il ministro delle Finanze Netanyahu si dimette per protesta. Otto giorni dopo cominciano i camion; il 12 settembre esce dalla Striscia l’ultimo soldato israeliano. Il resto non ha un cognome e non si presenta alle elezioni: il disarmo di Hamas, ancora da compiere; un’Autorità palestinese le cui ultime legislative risalgono al 2006 e che dal 2007 non controlla Gaza.

Il 27 ottobre gli israeliani votano, e l’esperimento può ripetersi in condizioni da laboratorio. Mettiamo che Netanyahu perda, e che il dopo si chiami Bennett o Eisenkot. Quante mozioni verranno ritirate, quanti cortei disdetti, quanti festival riaperti? Pochissimi, temo. Non perché gli israeliani siano tutti uguali, ma perché chi vince eredita il Paese che c’è: nel sondaggio Pew del febbraio-marzo 2025, soltanto il 21 per cento degli intervistati riteneva ancora possibile convivere in pace con uno Stato palestinese, quattordici punti in meno di due anni prima. È un dato che non si cambia votando.

Tra tutti i capi d’accusa contro Israele, Netanyahu è l’unico che scade. Il 28 ottobre bisognerà trovarne un altro. Lo troveremo entro sera.

Ignacio Arroyo Hernández

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