Nei mille giorni trascorsi dal 7 ottobre 2023, Israele ha dimostrato una resilienza e una capacità di resistenza che pochi avrebbero immaginato. Dopo il massacro perpetrato da Hamas, con i suoi 1.200 morti e le atrocità contro civili e ostaggi, molti profetizzavano la fine dello Stato ebraico. Un’ondata di ostilità globale (dal mondo islamico alle potenze autoritarie fino a settori della sinistra occidentale) ha cercato di isolare e delegittimare Israele, trasformando la vittima in carnefice con la narrazione del “genocidio”, che persiste nonostante sia stato smentito anche dai numeri ufficiali. Questa coalizione eterogenea di nemici di Israele è unita da un’unica ragione: indebolire e distruggere l’Occidente democratico, attaccandone il capro espiatorio più comodo, sfruttando e risvegliando uno storico antisemitismo radicato e mai sconfitto.

Tre anni dopo, la realtà militare racconta una storia diversa. Israele ha degradato sistematicamente le capacità dei suoi nemici. Hamas ha perso gran parte della sua leadership a Gaza. Hezbollah è stato decapitato in Libano con eliminazioni mirate dei vertici. L’Iran ha subìto attacchi diretti sul proprio territorio e ha visto la scomparsa di un’intera classe dirigente colpevole del massacro di migliaia di giovani nel silenzio tipico delle nostre piazze. Le operazioni israeliane, pur con costi umani dolorosi, hanno raggiunto obiettivi strategici ritenuti impossibili all’inizio.

Ciò che ha reso possibile questa vittoria è la combinazione di superiorità tecnologica e militare (con droni, intelligence di primo ordine, sistemi difensivi avanzati e capacità di precisione) e soprattutto la straordinaria coesione della società israeliana. Una resilienza che ha un costo altissimo e spesso ignorato: la popolazione ebraica ha vissuto per mille giorni con gli allarmi che suonavano quotidianamente, costringendo intere famiglie a correre nei bunker e nei rifugi in pochi secondi. Decine di migliaia di persone sono state sfollate dal nord del Paese a causa dei razzi di Hezbollah dal Libano (e non solo), abbandonando case, scuole e lavori per mesi o anni. Tutto questo è avvenuto nel relativo silenzio dei media internazionali, più attenti ad altre narrazioni (spesso costruite ad arte) che al peso quotidiano sopportato dai civili israeliani.

Eppure, in mezzo a queste prove, la società non si è spezzata. I giovani israeliani, uomini e soprattutto donne, svolgono un servizio militare tra i più lunghi al mondo, con la consapevolezza che la difesa dello Stato è la garanzia di sopravvivenza per il popolo ebraico. Un patriottismo radicato nella storia tragica: la Shoah, i pogrom, le espulsioni. Non un nazionalismo espansionista, ma la coscienza che – senza uno Stato forte e difeso – la sopravvivenza non è assicurata. C’è un aspetto ancora più profondo, ovvero che il popolo ebraico è forse l’unico al mondo a dover continuamente difendere e richiedere il proprio diritto all’esistenza come Stato sovrano, mentre per ogni altra nazione questo diritto è considerato scontato e non negoziabile.

Le coalizioni ostili hanno fallito moralmente e militarmente, nonostante i successi nella delegittimazione internazionale e nell’alimentare l’antisemitismo in Occidente. Israele non ha ancora vinto contro l’odio dilagante né risolto tutte le minacce, ma ha messo in ginocchio i principali nemici armati e ha riaffermato che la deterrenza, sostenuta da una società unita e da capacità avanzate, può prevalere. In questo conflitto asimmetrico, difendere il diritto di Israele a esistere e difendersi non è ideologia, ma realismo: uno Stato attaccato con intento distruttivo ha reagito e prevalso. I mille giorni hanno celebrato la vittoria della resistenza (questa lo è davvero) israeliana. Che gli antisemiti e i nemici della democrazia si arrendano.