Analisi e contromisure
L’alternativa allo Stretto di Hormuz è il corridoio terra-nave Imec, Varvelli: “Il pallino è nelle mani degli europei con Trieste e Marsiglia”
I mercati chiedono un Piano B nel caso in cui lo Stretto fosse di nuovo chiuso
La chiusura dello Stretto di Hormuz ha cambiato i connotati alle catene di fornitura globali. Questo per gli analisti è un dato di fatto. D’altra parte, il mondo finanziario è fiducioso che dai negoziati di Lucerna tra Usa e Iran verrà fuori un compromesso che conterrà i danni. Un nuovo accordo di politica internazionale prevede una successiva roadmap economica, che consegni ai mercati un Piano B qualora Hormuz dovesse essere di nuovo chiuso. «Questo piano esiste già e ha anche un nome: Imec, India-Middle East-Europe Economic Corridor», spiega Arturo Varvelli, Direttore dell’European Council on Foreign Relations – Rome (Ecfr). «Il progetto era stato pensato dagli Stati Uniti – ricorda – ancora nel settembre 2023, come incentivo agli europei per consolidare le proprie relazioni economiche con Israele, i Paesi del Golfo e l’India, in funzione anti-cinese».
L’Imec prevede la realizzazione di una rete di approvvigionamento su terra che parte dalle coste occidentali del Golfo persico, si distribuisce tra il Mar Rosso, i porti israeliani, siriani e turchi e poi prosegue via nave verso l’Europa. «Si tratta di un complesso sistema di supply chain, su gomma e ferrovia, per qualsiasi tipo di merci nelle relazioni a doppio senso di marcia tra Europa e Medio Oriente», aggiunge Varvelli. «Un’alternativa concreta alla Via della seta. Nell’Imec, Washington svolgerebbe un ruolo secondario rispetto ai partner locali e soprattutto all’Europa». Problema, però. Sostenuto dagli Accordi di Abramo del 2020, l’Imec viene reso pubblico il 9 settembre 2023. Meno di un mese prima del più grande massacro degli ebrei da dopo la Seconda guerra mondiale.
In quest’ottica, l’azione di Hamas è da interpretare come un intervento disruptive contro le potenze arabe che, entrando in relazione con Israele, avrebbero lasciato fuori dai giochi Gaza e il gruppo terroristico che la teneva sotto scacco. «La naturale ritorsione di Israele post-7 ottobre ha generato una frattura interna al Golfo. Da parte, l’Arabia Saudita oggi valuta ingombrante l’azione dello Stato ebraico. Dall’altra, ci sono gli Emirati e il Qatar che con quest’ultimo sono disposti a scendere a patti, soprattutto per concludere affari». Varvelli si sofferma sulla differenza identitaria tra Riad, «potenza religiosa perché custode dei luoghi sacri dell’Islam», e gli altri Paesi del Golfo, «consapevoli che non saranno mai una potenza militare e quindi hanno accettato l’ombrello protettivo fornito dagli israeliani, per proseguire nel loro grande business».
Se gli accordi di Lucerna dovessero andare in porto, l’Imec godrebbe di una nuova giovinezza. «Va trasformato, però», dice ancora Varvelli. Sugli Stati Uniti di Trump non si può fare affidamento. E anche su Israele, uno dei cardini degli Accordi di Abramo, bisogna fare una riflessione. Dopo lo shock del 7 ottobre, le cui ferite non sono certo rimarginate, e le sette azioni militari in corso finalizzate all’autodifesa, lo Stato ebraico è sì un potenziale interlocutore per un Imec revisionato. Ma di che tipo? Altrettanto va detto di Siria, Giordania e Turchia, inclusi nel progetto originale, ma la cui identità oggi è mutata in maniera sensibile. Soprattutto le prime due. «Inoltre, in un disegno geopolitico così ambizioso, non si può poi lasciar fuori l’Egitto», sottolinea Varvelli.
Infine bisogna riflettere sul ruolo dell’Europa da una parte, e dell’India dall’altro. «È evidente che l’interesse di Delhi sia funzionale al contenimento della Cina. Visione che coincide con quella degli Usa e degli europei». Il problema, per questo ultimi, è la volontà di un’azione comune. «Per un piano che ha come epicentro il Mediterraneo, Italia e Francia devono fare da capi cordata. Non a caso nella versione originale dell’Imec, Trieste e Marsiglia figurano come gli approdi terminali di merci e forniture energetiche da distribuire poi nel resto d’Europa». Varvelli conclude quindi con un’osservazione a prima vista sorprendente, visto lo scenario attuale: «Il pallino è nelle mani degli europei». Come a dire, sta all’Ue la pace in Medio Oriente.
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