Energia e ambiente
Nucleare tra ideologie e bisogni, Cotana: “Differenziamo le fonti e invitiamo le famiglie a visitare le centrali”
Le guerre in corso rimarcano l’importanza di una diversificazione energetica. Sull’atomo in Italia restano dei dubbi che altri Paesi europei hanno già risolto. L’Ad di Rse risponde ai più scettici dimostrandone i vantaggi e la sicurezza
A quindici anni dal secondo referendum che ha chiuso le porte al nucleare in Italia, il governo ci riprova. Il Ddl fresco di approvazione punta a superare lo scoglio ideologico e scommette sulle nuove tecnologie. Ne parliamo con Franco Cotana, Professore di Fisica Tecnica Industriale dell’Università di Perugia, Amministratore delegato di Rse, il principale centro di ricerca applicata italiano dedicato all’energia e alla transizione energetica, indirettamente controllato dal Mef attraverso il suo azionista unico Gse.
Professore, il piano del governo è realistico, oppure si riduce a un’ambizione pre-elettorale?
«No, è un passo serio per il Paese, che richiede un sostegno bipartisan. Il nucleare ha visto l’Italia protagonista dai tempi di Enrico Fermi. Per capacità e tecnologia, siamo ancora in grado di dire la nostra. Le guerre in corso ci fanno capire quanto sia importante diversificare le fonti di approvvigionamento. Senza metterle in competizione tra loro, ma in maniera sinergica. Le energie rinnovabili devono procedere insieme a una fonte energetica programmabile. Oggi le nuove tecnologie ci indicano la rotta».
Le rinnovabili non bastano da sole?
«No. Dobbiamo garantire continuità energetica alle case, ai data center, alle aziende. L’Europa consente alle energie rinnovabili di svilupparsi fino all’80-85%. Siamo ancora molto lontani dall’obiettivo. Ci manca soprattutto una rete infrastrutturale di accumuli».
Quali sono le nuove tecnologie che potrebbero far cambiare idea all’opinione pubblica?
«Siamo passati da una prima e seconda generazione di reattori, che avevano una probabilità incidentale 1 su 10mila, a una “terza generazione +” con probabilità incidentale 1 su 10 milioni, gli small modular reactor (Smr, Ndr), la cui sicurezza intrinseca passiva deriva dall’avere risolto il problema delle pompe di raffreddamento del nocciolo. Quelle che non funzionarono a Fukushima, per intenderci. Bene, quelle pompe non ci sono più».
Cosa si intende per sicurezza intrinseca passiva?
«Raffreddare il nocciolo di un reattore nucleare a fissione è fondamentale perché la reazione non si può fermare mai del tutto. Negli Smr, il nocciolo si trova a 30 metri di profondità. Alla sua sommità è installata una piscina dove l’acqua, che passa da calda a fredda, continua a girare per circolazione naturale. È lo stesso meccanismo dei termosifoni di una volta».
E il problema delle scorie?
«Altro punto nodale. L’Italia genera 200mila trasporti di sostanze radioattive all’anno, prevalentemente di origine ospedaliera, che vengono accolte in 62 siti temporanei. Incluse le quattro centrali di Caorso, Garigliano, Latina e Trino ancora in attesa di essere smantellate. Siamo di fronte a un falso problema. La radioattività va controllata e mantenuta a livelli ambientali accettabili».
In un contesto di guerra, una centrale nucleare può essere un bersaglio?
«Le centrali nucleari sono siti sensibili alla pari di raffinerie e gasdotti. Immaginiamo cosa succederebbe in caso di sabotaggio di uno dei tubi che ci collegano all’Azerbaigian o all’Algeria. Un collasso per la nostra economia. Il Nord Stream è stato un caso-scuola».
Sappiamo però che il pregiudizio è il vero ostacolo da superare.
«Con la Piattaforma nazionale per un nucleare sostenibile del Mase, abbiamo costituito un gruppo di lavoro che definisce l’accettabilità sociale e l’impatto ambientale come le due priorità su cui intervenire. Partendo dall’esigenza della sicurezza energetica del Paese, è necessario elaborare un’informazione corretta e scientifica. In Canada, le famiglie possono visitare una centrale, sapere come funziona. È un modello replicabile. Lì le persone capiscono il ciclo del combustibile, come viene estratto l’uranio e come viene arricchito. Cosa sono i pellet e che potenza hanno. Pensi che un cilindretto di pellet di combustibile nucleare di 5 grammi, arricchito al 5%, produce la stessa energia termica di circa 1 tonnellata di carbone o di mille metri cubi di metano. I 4-5 ettari di uno Smr producono la stessa energia di 2500 ettari di fotovoltaico. È questa la consapevolezza di cui l’opinione pubblica ha bisogno».
Resta il problema per cui la politica nazionale può ambire al nucleare, salvo poi scontrarsi con le opposizioni territoriali.
«Cos’hanno fatto in Francia o nei Paesi scandinavi? Le caverne di deposito sono diventate dei punti di attrattività territoriale. I comuni fanno richiesta per poter accogliere le scorie, perché ne percepiscono le ricadute economiche. In termini di occupazione e come centri di ricerca».
A proposito di Francia e Scandinavia, è possibile immaginare un nucleare comune europeo?
«È quello che sta nascendo. La Spagna ha 5 centrali nucleari per un totale di 7 reattori che le garantiscono quella continuità che eolico e fotovoltaico non le danno. La Germania ha detto che è stato un grave errore rinunciare. Tant’è che sta spingendo sulla fusione. Nel novembre 2024, Rse ha siglato un accordo con l’americana Blue Laser Fusion per attività di ricerca e sviluppo congiunte sul primo impianto al mondo a fusione inerziale (Ife) di taglia commerciale. Questa tecnologia ha dimostrato una velocità di sviluppo più rapida dei tokamak, i reattori a fusione nucleare di forma toroidale. L’Europa è sulla strada giusta. E io sono ottimista».
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