Tra risiko bancario e legge elettorale, per il governo si apre una settimana tutt’altro che tranquilla. Mentre lo spoglio dei ballottaggi amministrativi ha consegnato i suoi ultimi verdetti, nelle stanze della finanza italiana si muovono pedine destinate a ridisegnare gli equilibri del capitalismo nazionale. Da tempo era chiaro che il consolidamento del sistema bancario non fosse concluso. La novità è che la partita si è improvvisamente accelerata, coinvolgendo non soltanto gli istituti di credito ma anche la politica. Quando si parla di Monte dei Paschi di Siena, Mediobanca, Generali, Intesa Sanpaolo e Unicredit, infatti, non si discute soltanto di mercato: si entra nel cuore dei rapporti tra finanza, potere economico e governo. È difficile immaginare che Palazzo Chigi fosse all’oscuro di ciò che stava maturando. Operazioni di questa portata non possono prescindere da una valutazione politica preventiva.

Giorgia Meloni punta da tempo alla costruzione di grandi gruppi nazionali capaci di competere su scala europea e internazionale. In questa prospettiva, il rafforzamento dell’asse che ruota attorno a Mps, Mediobanca e Generali rappresenta un tassello strategico. Il problema è che non tutti nella maggioranza condividevano la stessa visione. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, aveva lavorato a uno schema differente: la creazione di un terzo polo bancario fondato sull’integrazione tra Monte dei Paschi e Banco BPM. Un progetto che avrebbe avuto il proprio baricentro nel Nord produttivo, in particolare tra Lombardia e Veneto, territori storicamente vicini alla Lega. Per questo motivo, gli sviluppi delle ultime settimane vengono letti come una sconfitta politica per il partito di Matteo Salvini e per lo stesso Giorgetti.

Il risultato è che il risiko bancario rischia di produrre effetti politici non secondari. Da una parte emerge una linea più vicina a Palazzo Chigi; dall’altra si ridimensiona il progetto leghista di un terzo polo creditizio. Non a caso, i rapporti tra Meloni e Giorgetti appaiono oggi meno lineari di quanto fossero in passato. Anche le tensioni con alcuni tradizionali protagonisti del capitalismo italiano, a partire da Gaetano Caltagirone, contribuiscono a rendere il quadro più complesso. Se le operazioni oggi in campo dovessero andare in porto, l’Italia si ritroverebbe con due grandi campioni bancari: da un lato il gruppo gravitante attorno a Intesa Sanpaolo; dall’altro Unicredit, sempre più proiettata verso il mercato europeo e tedesco. Una trasformazione destinata a incidere sugli assetti economici del Paese per molti anni.

Ma per Giorgia Meloni il problema non si esaurisce nel settore bancario. Sul tavolo del governo c’è anche il dossier della nuova legge elettorale. E qui il nodo più delicato potrebbe non essere il premio di maggioranza, bensì il ritorno delle preferenze. Forza Italia e Lega continuano a mostrare ostilità non sul piano politico ma su quello della trasparenza. Come se non si votasse con le preferenze nelle elezioni comunali e regionali. Eppure una riforma che abolisse sia i collegi uninominali sia le preferenze offrirebbe all’opposizione un argomento politico formidabile: l’accusa di voler mantenere il Parlamento dei nominati anziché quello degli eletti. È un terreno scivoloso. Gli italiani hanno già manifestato più volte insofferenza verso sistemi che limitano la possibilità di scegliere direttamente i propri rappresentanti. Privare l’elettore di questo diritto potrebbe trasformarsi in un boomerang politico. La destra rischierebbe di trovarsi di fronte a una mobilitazione trasversale simile a quella che, in altre occasioni, ha affossato riforme considerate lontane dal sentimento popolare.

Per questo motivo, il vero rischio per il governo non è soltanto quello bancario. Le partite finanziarie si possono vincere o perdere. Quando invece si tocca il rapporto tra cittadini e rappresentanza democratica, le conseguenze politiche possono essere molto più profonde e durature.