Nascosta da una sostanziale continuità dal punto di vista della finanza pubblica con l’esecutivo Draghi, il governo Meloni sta rappresentando una forte discontinuità nel rapporto tra stato e mercato rispetto a quanto fatto negli ultimi trent’anni. Dapprima c’è stato l’intervento sull’opa di Unicredit su BancoBPM. A novembre 2024, UniCredit ha presentato un’offerta di scambio per un valore di circa 10,1 miliardi di euro.

Successivamente, il governo è intervenuto utilizzando i propri poteri speciali (Golden Power) per imporre condizioni stringenti all’operazione, relative ai prestiti, all’asset management e ad altre partecipazioni, in quanto ritenute rilevanti per la sicurezza nazionale. A seguito di queste prescrizioni, a luglio 2025, UniCredit ha ufficialmente ritirato l’offerta. Nelle diverse fusioni bancarie svoltesi negli ultimi decenni, nessun governo si era mai intromesso in questo modo nelle decisioni di due soggetti privati. Nel gennaio 2025, Banca Monte dei Paschi di Siena, salvata dallo stato con una ricapitalizzazione nel 2017 e avente ancora il Ministero del Tesoro come azionista, lancia un’offerta pubblica di scambio per l’acquisizione di Mediobanca, il vecchio salotto buono della finanza italiana, privatizzata parzialmente nel 1988. L’acquisizione va a buon fine nel settembre 2025 e Mediobanca viene incorporata nella banca senese. L’acquisizione è particolarmente importante per la rilevante partecipazione che Mediobanca aveva nelle Assicurazioni Generali, il primo gruppo finanziario italiano.

L’acquisizione della banca milanese è avvenuta con l’accordo degli azionisti privati delle due banche e della società assicurativa, Caltagirone e Del Vecchio. A questo spostamento del confine tra stato e mercato a vantaggio del primo, ha fatto seguito nello scorso fine settimana l’annuncio dell’offerta di acquisto di Poste su TIM. Poste Italiane è controllata dallo stato tramite il Ministero del Tesoro con una quota di circa il 64% sia direttamente che tramite la Cassa Depositi e Prestiti. Privatizzata come Telecom Italia negli anni ’90, e soggetta a diversi cambi di proprietà nel tempo, un indebitamento alto e una bassa redditività, Tim è stata testimone e attore della liberalizzazione di maggiore successo nella storia italiana, nella quale l’innovazione tecnologica e l’ingresso di diversi operatori nazionali ed esteri hanno portato a una forte riduzione dei prezzi e all’aumento dei servizi.

Nel complesso, questi interventi delineano un mutamento non marginale nell’assetto del capitalismo italiano, che sembra allontanarsi dal paradigma delle privatizzazioni e della regolazione pro-mercato affermatosi dagli anni Novanta. Emerge una rinnovata centralità dell’intervento pubblico nella definizione degli equilibri proprietari e strategici dei settori chiave dell’economia. Il ricorso esteso agli strumenti di intervento statale segnala una concezione più attiva e discrezionale del ruolo dello Stato, che non si limita più a regolare il mercato, ma torna a orientarne gli esiti. In ogni caso, il rafforzamento della presenza pubblica solleva interrogativi rilevanti in termini di concorrenza, efficienza allocativa e attrattività del sistema Paese per gli investitori, riproponendo al centro del dibattito il delicato trade-off tra controllo pubblico e dinamiche di mercato.

Roberto Ricciuti

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