L'editoriale
Forza Italia riceve l’input a cambiare pelle, ma il partito non ha ancora scelto il suo leader
Forse la politica può mettere un seme nuovo a terra, questa primavera. E provare a rinascere. Sotto la spinta di Marina e Pier Silvio Berlusconi, Forza Italia riceve ogni giorno di più l’input a cambiare pelle. Smetterla con quel suo ruolo ancillare di ala moderata del centrodestra e assumere l’iniziativa centrale di rifondare un nuovo polo. Non di centrodestra. Non di centrosinistra. Di centro liberale, riformista, popolare, europeista, garantista. Su questo punto la discussione sulla legge elettorale smette di essere tecnica e diventa politica. Se davvero andassimo verso un proporzionale con premio al 40%, ecco che il baricentro si sposta. Non conta solo chi prende più voti. Conta chi impedisce agli altri di arrivare alla soglia.
Forza Italia riceve l’input a cambiare pelle
E in questo spazio si inserisce Forza Italia. Con un consenso attorno al 10%, il leader azzurro che uscirà dai congressi di fine anno non potrà guidare una coalizione tradizionale. Potrà però fare qualcosa di più rilevante: decostruire il vecchio sistema. Aggregando, tanto per iniziare, Azione, Partito Liberaldemocratico, Noi Moderati, Radicali. E attirare consensi persino dai delusi del Pd, dando forma a un’area che, sommata, è già intorno al 20%. Non è una cifra che consente di vincere, no. Ma è una cifra che consente di decidere.
Un cambio di fase
«Il vero potere è quello di far fallire le feste», insegnava Jep Gambardella. Ci riuscirebbero, gli azzurri. Perché a quel punto nessuno arriva al 40%. Né il centrodestra né il centrosinistra. Il premio non scatta. Il bipolarismo si inceppa. E torna la politica. Sarebbe un ritorno al passato? Neanche per idea: piuttosto un cambio di fase. Il pendolo delle coalizioni non basterà più, da solo, a determinare il governo. Non si dovrebbe più dover scegliere solo tra una coalizione guidata da Giuseppe Conte e una guidata da Giorgia Meloni. Bisognerà saper costruire maggioranze. Negoziare. E qui entra in gioco una variabile da non sottovalutare.
Vannacci sottrae voti
La crescita di Roberto Vannacci oltre il 4% non è un dettaglio aritmetico. È una novità che sottrae voti, sposta equilibri. Se fuori dalla coalizione, Vannacci complicherà in ogni caso il superamento della soglia del 40%. Il risultato è un effetto combinato: frammentazione a destra, soglia più lontana, spazio più ampio per il centro. Due poli che si indeboliscono. Un centro che si rafforza.
Il nuovo leader
Il punto, adesso, resta interno a Forza Italia. Le consultazioni informali, le riflessioni della famiglia Berlusconi, la linea di Tajani, l’ipotesi di Giorgio Mulé, la suggestione delle primarie evocata da Alessandro Cattaneo: tutto racconta di un partito che non ha ancora scelto, diretto verso il bivio, che strada prendere. Continuare a essere una componente o diventare un perno. Fare parte della carrozzeria o essere il motore. Se sceglie la seconda strada, il centro passa da chimera a progetto. Liberale, europeista, pragmatico. Non autosufficiente, ma indispensabile per governare. In un sistema senza maggioranze automatiche, diventa di inestimabile valore. Ed è forse l’unico modo per rimettere la politica al centro.
© Riproduzione riservata






