L'intervista
Dario Giagoni (Lega): “Il referendum spinga a riflettere sulla necessità di non allontanarsi dal popolo”
All’indomani del Referendum sulla giustizia, l’onorevole Dario Giagoni, deputato della Lega e membro componente della XII Commissione Affari Sociali, nonché della Commissione Bicamerale per il contrasto degli svantaggi derivanti dall’Insularità, delinea il quadro del prima e il dopo referendum: responsabilità politica, polarizzazione dello scontro e slogan ideologici. Ma ora bisogna non distrarsi e ripartire, tutti lontani da polemiche o tatticismi.
Come possiamo leggere il risultato del referendum sulla riforma della giustizia alla luce di una campagna di informazione svolta su tutto il territorio nazionale dove sia la politica che la magistratura avrebbero dovuto ispirarsi ed incontrarsi sul campo del proficuo e sano confronto?
«In democrazia il voto dei cittadini va sempre rispettato, ma è doveroso interrogarsi sul clima in cui questo risultato è maturato. Troppo spesso i toni utilizzati non sono stati quelli di una campagna referendaria all’altezza del tema, ma si sono trasformati in uno scontro acceso, più politico che di merito, allontanando i cittadini da un confronto serio e consapevole. Duole constatare che anche il post voto abbia seguito questa deriva, con atteggiamenti che hanno poco a che vedere con il rispetto dei ruoli e con l’imparzialità che le istituzioni dovrebbero sempre garantire, tanto dentro quanto fuori dalle aule. In questo senso, vedere magistrati che arrivano a cantare “Bella Ciao” per festeggiare la vittoria del No rappresenta qualcosa di profondamente inopportuno, quasi surreale. Ci vorrebbe maggiore equilibrio, senso delle istituzioni e soprattutto una più forte consapevolezza di ciò che si rappresenta. La giustizia è un pilastro dello Stato e chi ne fa parte dovrebbe contribuire a rafforzarne credibilità e autorevolezza, non a esporla a dinamiche che rischiano di minare la fiducia dei cittadini. Al di là dell’esito referendario, resta quindi la necessità di riportare il confronto su un piano più serio e responsabile, nell’interesse di un sistema giudiziario che ha ancora bisogno di riforme e, soprattutto, di credibilità».
Per tutta il tempo della campagna si avvertiva un testa a testa nei risultati, che poi hanno smentito i sondaggi che circolavano. Ma il risultato più clamoroso è quello registrato nel Sud e nei territori insulari. Sicuramente non si avevano certezze, ma perchè un verdetto così ampiamente a sfavore della Riforma?
«Il dato più allarmante emerso da questo referendum è il divario, sia in termini di risultati sia di partecipazione, tra Nord e Sud del Paese. È un segnale che evidenzia una distanza che non dovrebbe esistere e che continua a riproporsi in maniera evidente, con conseguenze anche sul piano del dibattito democratico e della rappresentanza territoriale. Al di là del merito della riforma, nel Centro-Sud si è confermata una maggiore vicinanza a determinate forze politiche e ad interventi che, negli anni, hanno favorito quelle stesse regioni. La revisione di queste misure, per noi, rappresentava un passo doveroso e necessario, pensato per rendere gli aiuti più efficaci e realmente capaci di sostenere chi versa in situazioni difficili. Ciò che serve oggi, più che mai, è costruire opportunità concrete di lavoro e sviluppo, non limitarsi a politiche assistenzialistiche. Detto questo, non possiamo nascondere la nostra parte di responsabilità: avremmo dovuto essere più presenti e spiegare con maggiore chiarezza a ogni cittadino, sia al Nord sia al Sud, il reale valore e le finalità di questa riforma. Da qui dobbiamo ripartire, con maggiore ascolto e una comunicazione più capillare».
Crede che la polarizzazione del dibattito che si è sviluppato più intorno allo scontro politico, di destra e di sinistra, abbia determinato il risultato finale?
«Sì, credo che la polarizzazione politica abbia avuto un ruolo decisivo nel determinare il risultato finale, e questo rappresenta un errore fatale. Un tema così vitale per il funzionamento della giustizia è stato trasformato nell’ennesimo derby tra centrodestra e centrosinistra, snaturandone il vero senso. Parliamo di una riforma tecnica, necessaria per far funzionare meglio i tribunali, eppure da alcune parti si è preferito agitare lo spauracchio dell’”attentato alla Costituzione”, evitando di confrontarsi sul merito delle questioni. Dovevamo riuscire a toccare le coscienze degli italiani, a far comprendere i problemi concreti di un sistema che spesso non funziona, ma purtroppo il voto si è concentrato su slogan e contrapposizioni ideologiche. E’ surreale sentire parlare oggi di eccessiva politicizzazione proprio da chi ha contribuito ad alimentarla. Il messaggio, un tempo condiviso anche da molti leader, è stato stravolto con mezzucci che hanno avuto il solo effetto di lasciare l’Italia ancora una volta indietro: no TAV, no TAP, no tutto… e, alla fine, anche no alla Giustizia».
Per ciò che riguarda il governo, in questi giorni stiamo osservando a diversi cambiamenti di ruoli e posizioni. Mi può dire che idea si è fatto e perchè questi cambi proprio dopo il risultato referendario?
«Credo che i cambi di ruoli e posizioni all’interno del governo e della maggioranza in questi giorni vadano letti nel contesto più ampio della responsabilità politica e della gestione delle dinamiche interne alla maggioranza. Non sono mai scelte casuali, ma rispondono alla necessità di garantire equilibrio e funzionalità all’azione dell’esecutivo, e non solo, soprattutto dopo un passaggio importante come il referendum. Per quanto riguarda alcune dimissioni, va ricordato che noi siamo sempre garantisti fino al terzo grado di giudizio, un principio che resta fondamentale e che guida ogni nostra valutazione. Allo stesso tempo, però, nel caso specifico la richiesta di dimissioni della premier nei confronti di un membro del suo stesso partito era una scelta doverosa, che ho assolutamente condiviso. La presidente si è rivolta con estrema sincerità e coerenza a una componente della maggioranza, dimostrando responsabilità e rispetto delle istituzioni. Dopo il voto, è naturale che ci sia una fase di riflessione e di verifica dei ruoli, ma la cosa fondamentale è che l’azione del governo continui senza pause, mantenendo coesione e rispetto reciproco tra le forze della maggioranza. È un momento in cui il centrodestra deve dimostrare di saper affrontare eventuali tensioni interne con senso di responsabilità, senza indebolire il Paese e senza trasformare questioni politiche in polemiche strumentali. In sostanza, il governo va avanti, la maggioranza va avanti, ma tutti i membri devono agire con consapevolezza del ruolo che ricoprono, rispettando le istituzioni e l’unità dell’esecutivo. Solo così si può garantire stabilità e dare continuità alle riforme e agli impegni assunti verso gli italiani».
Qual è il messaggio che vuole lanciare all’elettorato di centro destra in un momento che forse molti tendono ad avvicinare il voto referendario all’emotività del voto delle politiche del prossimo anno?
«Penso che sia un errore associare il risultato del referendum al voto delle politiche del prossimo anno. Le due cose non vanno assolutamente in parallelo, anzi. Il referendum riguarda una riforma tecnica della giustizia, una questione che va al di là delle emozioni del momento e delle dinamiche politiche, e non può essere letta come un anticipo del voto politico. Ogni processo elettorale ha la sua logica, e il referendum, con il suo tema specifico, doveva rimanere un momento di riflessione su un sistema che necessita di cambiamenti concreti e urgenti. Detto questo, il risultato del referendum deve spingere tutte le forze politiche della coalizione a riflettere sulla necessità di non allontanarsi mai dal popolo sovrano, di rimanere sempre in mezzo alla gente, di ascoltarne i problemi quotidiani e cercare soluzioni concrete, non lasciate al caso. La Lega, in particolare, ha sempre portato avanti questo approccio, cercando di stare tra la gente e per la gente, senza mai dimenticare che la politica deve essere al servizio delle persone, non dei giochi di palazzo. Questo modello, che la Lega ha perseguito con costanza, oggi è ancora più necessario, perché solo rimanendo fedeli alla realtà di chi ci ha dato fiducia possiamo essere davvero in grado di risolvere i problemi veri del Paese. Inoltre, voglio ringraziare di cuore i milioni di italiani che hanno scelto il ‘Sì’ con tanta convinzione, mettendoci la faccia, e mostrando un forte desiderio di cambiamento. Il loro impegno non sarà mai dimenticato e, soprattutto, il loro voto non andrà perduto. È per loro, e per chi ci ha dato fiducia, che dobbiamo continuare a lottare, senza fermarci. Da domani torniamo al lavoro con ancora più grinta e determinazione: la nostra battaglia per una giustizia giusta non si ferma qui. Chi sperava in una crisi di governo, o che questo referendum avrebbe minato la coesione dell’esecutivo, resterà deluso. Siamo compatti, uniti nei nostri obiettivi e nella nostra volontà di andare avanti senza esitazioni. Il governo proseguirà il suo lavoro, e noi continueremo a portare avanti le riforme necessarie per l’Italia, con la stessa determinazione e la stessa coerenza che ci ha sempre contraddistinto».
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