L’incontro di Tajani con Marina, rinviato due volte, è il vertice che dovrebbe ridisegnare gli equilibri di Forza Italia dopo la sconfitta referendaria sulla separazione delle carriere. Sul tavolo due dossier: il rinvio dei congressi regionali e l’avvicendamento di Paolo Barelli alla guida del gruppo alla Camera. Il copione è quello già visto al Senato, quando Maurizio Gasparri è stato costretto al passo indietro da una lettera di 14 senatori benedetta dalla figlia del Cavaliere, e Stefania Craxi ha preso il suo posto.

Mulè il favorito come nuovo leader

Stavolta i numeri raccontano una fronda ancora più larga: 28 deputati su 54 chiedono discontinuità. Per la successione il nome più caldo è quello di Giorgio Mulè, attuale vicepresidente della Camera e coordinatore della campagna referendaria: è lui il favorito della famiglia, e non a caso Marina lo ha ricevuto nei giorni scorsi a Milano, in un colloquio letto come un endorsement politico. Mulè incarna il profilo che da Arcore si chiede al partito: europeista, atlantista, distante dalle tentazioni populiste. Perfetto per un nuovo corso, che mantenga saldi i cardini politici azzurri. Ma circolano anche i nomi di Deborah Bergamini, Alessandro Cattaneo, e da ultimi Enrico Costa, Pietro Pittalis, Andrea Orsini come soluzioni di compromesso più gradite al segretario. Barelli, consuocero di Tajani, non lascerà senza paracadute: avrebbe già chiesto un posto da sottosegretario.

Fabrizio Sala, deputato ed ex vicepresidente di Regione Lombardia, è uno tra quelli che invitano a riflettere: «Usciamo da un referendum che non ci ha visti vincenti su una materia che è proprio nostra. Piuttosto che concentrarci oggi sui congressi, disperdendo energie in un attivismo che muove solo i “nostri”, preferirei che ci occupassimo di idee e contenuti. Liberalizzazioni, ricerca, innovazione, non tessere. Abbiamo bisogno di lavorare tutti insieme mentre – storicamente, come hanno detto i colleghi – il congresso è il luogo dove si definiscono maggioranza e minoranza, un momento di divisione e non certo di unità».

È qui il curioso paradosso politico di questa fase azzurra: di solito sono le minoranze a chiedere il congresso per sfidare la maggioranza sui temi. In Forza Italia accade il contrario: sono i critici della dirigenza a domandare di discutere prima i contenuti, fuori dalle urne congressuali. Sul fronte opposto si schiera con nettezza l’eurodeputato e vicecapogruppo Ppe Massimiliano Salini, secondo cui i congressi sono lo strumento attraverso cui la base può finalmente farsi sentire: «Credo che i congressi siano una novità positiva. I vertici hanno le televisioni, il Parlamento, le istituzioni; la base ha un solo modo per esprimere la propria voce, il confronto democratico attraverso il congresso». E un altro esponente azzurro, che preferisce non comparire, taglia corto: «Con i congressi si capisce chi ha davvero lavorato sul territorio».

In mezzo, un’ipotesi inedita. Negli ambienti più critici verso la gestione Tajani circola da qualche giorno una suggestione che fino a poche settimane fa sarebbe stata impensabile: il ricorso al giudice civile. In caso di muro contro muro definitivo sui congressi, raccontano fonti azzurre, qualcuno starebbe valutando un ricorso d’urgenza ex articolo 700 del codice di procedura civile, lo strumento cautelare che consente al tribunale di sospendere atti destinati a produrre un danno irreparabile. Nessuna istanza risulta al momento essere stata depositata. Ma il fatto che l’ipotesi sia entrata nel novero del pensabile racconta di un partito decisamente in fibrillazione. Lo stesso Fabrizio Sala mette al centro quello che è probabilmente il tema critico per tutti, sebbene dalle opposte visioni: «Al di là di tutto non siamo nati per essere un partito da 8% e se ora ci fosse Silvio Berlusconi, di fronte all’astensionismo direbbe che quelli dovrebbero diventare tutti voti nostri».