Gli azzurri
Vertice Tajani-Marina-Pier Silvio: intesa lontana sul nuovo corso. Resistenze su Costa, Mulè favorito per la pace
La «riunione della famiglia» si è tenuta a Cologno Monzese, nella sede Mediaset: un dettaglio non neutro, perché sposta il baricentro simbolico dalla residenza privata di Marina alla casa madre dell’impero. Al tavolo, come raccontano fonti azzurre, Antonio Tajani ha trovato Marina e Pier Silvio Berlusconi insieme a Gianni Letta, storico regista di ogni mediazione berlusconiana. È la prima volta che Pier Silvio si siede formalmente a un confronto politico con il segretario: l’amministratore delegato di Mediaset, finora rimasto sullo sfondo, si è accomodato accanto alla sorella. Un segnale di compattezza familiare che viene letto nel partito come il passaggio dal «dialogo informale» alla «regia condivisa».
Vertice Tajani-Marina-Pier Silvio: intesa lontana sul nuovo corso
Ma l’intesa, che fino a ieri sembrava definita nei contatti preparatori condotti da Letta, si sta complicando proprio in queste ore. Sul primo dossier — il successore di Paolo Barelli alla guida del gruppo alla Camera — il nome di Enrico Costa, dato in pole nelle ultime 48 ore, sta incontrando resistenze inattese. Diversi esponenti azzurri vicini a Marina avrebbero opposto un alt al deputato monregalese, responsabile Giustizia del partito e tra i registi della campagna referendaria: pesa, nel suo curriculum, il doppio addio del passato – prima con Alfano, poi con Calenda – e il rientro solo nel 2024 nella «casa madre». Una traiettoria che se ieri veniva interpretata come ricca trasversalità, oggi a qualcuno appare troppo discontinua per affidargli il gruppo in un momento che richiede affidabilità assoluta.
Mulè favorito
Andando oltre le caselle da riempire, riprende quota come riferimento politico un nome che ieri qualcuno dava per derubricato: Giorgio Mulè. Il vicepresidente della Camera, coordinatore della campagna referendaria e già ricevuto da Marina in un colloquio personale ai primi di aprile, potrebbe riemergere come figura di sintesi pacificatrice. Incarna il profilo che da Arcore si chiede al partito – europeista, atlantista, distante dalle tentazioni populiste – ma conserva al tempo stesso rapporti civili con l’area tajaniana e una legittimazione istituzionale che nessun altro può vantare. In una fase in cui ogni nome viene bruciato dalla stessa velocità con cui emerge, Mulè resta tra i possibili protagonisti di un nuovo corso.
Il significato del rinvio
Sul secondo dossier – i congressi – il rinvio che tutti davano per acquisito non risulta, al momento in cui scriviamo, formalmente deciso. Ancora si parla di «ipotesi», non di intesa chiusa. Ma il significato politico del rinvio, se venisse confermato, andrebbe letto con attenzione: non tanto come una concessione della segreteria alla fronda territoriale, quanto piuttosto come una sospensione strategica. Un modo per non cristallizzare gli assetti interni finché non sarà trovato un equilibrio complessivo tra le anime del partito. Sul fronte opposto si è schierato stamattina con nettezza Massimiliano Salini, vicepresidente del Ppe ed eurodeputato forzista: «Farei qualcosa di più radicale, metterei a tema l’intera struttura del partito facendo un congresso nazionale. E lo farei subito». Salini difende anche il leader: «Non è assolutamente immaginabile una leadership diversa da Tajani».
Il messaggio dal territorio alla sala riunioni di Cologno
Resta il fronte territoriale, che non si placa. I consiglieri regionali pugliesi hanno firmato una lettera durissima contro il coordinatore Mauro D’Attis, chiedendo di «ripartire da chi ha i voti»; la stessa sintassi circola nelle fronde campana, sarda e lombarda, dove una decina tra deputati e senatori ha chiesto il rinvio. Il messaggio, dal territorio alla sala riunioni di Cologno, è uno solo: non basta cambiare le persone, serve cambiare il metodo. Ma la parola d’ordine di questa giornata è “calma!”. La nota finale che parla di “clima disteso e fiducia a Tajani” dice che il primo passo è evitare crisi interne. Che finirebbero per diventare anche crisi di immagine, di cui Forza Italia proprio non ha bisogno.
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