Da quel tragico 19 marzo 2002, quando le Brigate rosse assassinarono Marco Biagi, è passato molto tempo. Ricordarlo è una necessità civile. Il suo pensiero, il lavoro svolto, le polemiche che lo circondarono e la violenza che ne seguì parlano ancora oggi.

Biagi era un docente di diritto del lavoro ed economista. Cattolico praticante, socialista riformista, uomo mite e determinato. Al centro del suo pensiero c’era la persona: il lavoro come leva di autonomia economica, dignità sociale, crescita individuale. Una visione che affondava le radici nella dottrina sociale della Chiesa e nella cultura socialista democratica europea. Da quell’incontro di tradizioni nacque in Europa un modello originale: l’economia sociale di mercato, il cosiddetto capitalismo renano. Un sistema nel quale mercato e responsabilità sociale convivono, e nel quale la collaborazione tra capitale e lavoro diventa fattore di sviluppo e coesione. Studioso attento dei sistemi contrattuali e di welfare dei paesi industrializzati, Biagi osservava con preoccupazione le rigidità italiane. Vedeva una contrattazione collettiva inadeguata ad adattarsi al tessuto produttivo dominato da piccole e medie imprese, proiettate nei mercati internazionali, sottoposte a concorrenza crescente.

Il Libro bianco

Il risultato: bassa produttività e salari stagnanti. A questo si aggiungeva un welfare spesso orientato all’assistenza passiva, con ammortizzatori sociali scollegati alla formazione e alle politiche attive del lavoro. Il Libro bianco sul mercato del lavoro nacque proprio per affrontare questi nodi. Era una proposta di riforma costruita con studiosi e tecnici riformisti, pensata per rendere il sistema più dinamico e più giusto. Ma la reazione di una parte della sinistra politica e sindacale fu durissima. Le accuse furono violente, le caricature sprezzanti. Quel lavoro venne liquidato come “libro limaccioso”. Il clima pubblico si avvelenò rapidamente, alimentato da una logica di muro contro muro che impediva ogni confronto serio.

Due anni dopo l’assassinio di Massimo D’Antona

In quel clima maturò la tragedia. Due anni dopo l’assassinio di Massimo D’Antona, un altro giurista riformista cadde sotto i colpi del terrorismo brigatista. Biagi fu ucciso perché simbolo di un riformismo che cercava di cambiare l’Italia. Ricordarlo oggi significa difendere quello spirito riformatore. Significa respingere il conservatorismo sociale e il populismo politico che troppo spesso si alleano per lasciare tutto com’è. Ancora oggi le stesse culture oggi animate da populismo sfrenato, si oppongono alle riforme e competitività e salario ne soffrono. Perché ogni ritardo si paga. E un Paese che rinuncia alle riforme rinuncia anche ai propri talenti. Ricordare Marco Biagi non è dunque soltanto un atto di omaggio. È un invito alla responsabilità pubblica. Le riforme possono essere discusse, migliorate, persino contrastate. Ma non possono essere demonizzate fino a trasformare il confronto democratico in odio politico. La lezione di Biagi resta qui: riformare con coraggio, discutere con rispetto.