Dopo il referendum sono decisamente avvenute molte cose. Il brusco licenziamento di Delmastro-Bartolozzi-Santanché – quasi un rito espiatorio da parte di Meloni – si accompagna alla sensazione che qualcosa di rilevante si sia incrinato nel funzionamento di quella macchina politico-propagandistica che fino a poco tempo fa ci sembrava impossibile scalfire. C’entra Trump, a mio parere, e il diffuso sentimento di rigetto del pericoloso avventurismo che caratterizza le sue azioni, l’ultima delle quali ci ha regalato una guerra di cui ancora non si è capito il senso e una crisi energetica di cui certo non sentivamo il bisogno. Meloni ha pensato per un lungo periodo di poter trarre vantaggio dalla vicinanza a Trump, che la destra internazionale ha visto come un prezioso riferimento. E forse per un po’ questa cosa – il fatto di proporsi come trait-d’union tra l’Europa e la Casa Bianca, più di là che di qua – ha pure funzionato. Finché Trump ha esagerato e il giochino ha smesso di funzionare, con rischio anzi di trasformarsi in un minaccioso boomerang.

Meloni non è una sprovveduta, e infatti nel giro di ventiquattr’ore ha preso le distanze sia dal tycoon americano – reo d’aver preso a male parole persino Papa Leone – sia da Netanyahu, e scommettendo sulla poca memoria degli italiani. Ma non è detto che basti. Il clima sembra cambiato e la partita delle Politiche 2027 certamente più giocabile. Purché qualcuno, a sinistra, non si illuda d’averle già vinte. Per farlo bisognerà convincere gli elettori, e per riuscirci non basterà proporsi come alleanza “contro”. Serve riaccendere la speranza che le cose, in Italia e in Europa, possano finalmente migliorare. A proposito di Trump, il conflitto in Iran continua a protrarsi con significative conseguenze sulla nostra possibilità di disporre di carburanti ed energia. La tregua dichiarata nelle scorse ore vacilla già dopo l’attacco di Hezbollah ai caschi blu francesi in Libano e la nuova chiusura dello stretto di Hormuz. In questo quadro di grande incertezza, i sondaggi, in Italia e in Europa, dimostrano quanto i nostri concittadini siano preoccupati dal perdurare degli attacchi e delle minacce, quanto temano le conseguenze della crisi nel Golfo e quanto sarebbe importante poter contare su poteri “alti”, condivisi, per cercare di dare una soluzione ai conflitti. Tra questi – nell’auspicio di molti – un’Unione europea finalmente in grado di far sentire con autorevolezza la sua voce. Perché ci sia, però, debbono cambiare un po’ di cose, a partire dal meccanismo che ne regola la governance e che troppo spesso, anche recentemente, l’ha condannata alla paralisi e all’afasia.

È questo il nodo da affrontare perché l’Europa possa finalmente “contare” rispetto ai grandi fatti del mondo, ed è interessante scoprire che anche i cittadini se ne sono ormai resi conto: ben il 71% di quelli europei – in una recente ricognizione di Polling Europe – si dice favorevole all’abbandono del meccanismo dell’unanimità. Il problema, come ho già ho spiegato altre volte, è che per superare l’unanimità e accedere ad un sistema decisionale “normale”, dove le scelte si prendono a maggioranza senza doversi bloccare per il veto di qualcuno, bisogna modificare i Trattati…e per questo serve l’unanimità! Sarà quindi molto difficile riuscirci. Più praticabile (anche se tutt’altro che semplice) appare la strada delle “cooperazioni rafforzate” (memorizzate questa espressione: significa che un gruppo più ridotto di Stati membri – quelli che “ci stanno” – decidono di fare un passo avanti sulla strada di una maggiore integrazione politica e fiscale. Gli altri, se vorranno, potranno aggregarsi in un secondo tempo, come già è stato per l’introduzione dell’euro e per il trattato di Schengen, ma almeno si parte). Il vertice di Parigi tra i leader di Italia, Francia e Germania, con l’importante partecipazione del Regno Unito, può essere un passo in questa direzione? Se si stabilizzasse come embrione di una forma di cooperazione permanente, potrebbe davvero rappresentare il pilastro su cui costruire la nuova Europa. Insomma, in queste settimane l’effetto Trump si fa decisamente sentire in giro per il mondo, ma al contrario!

Giorgio Gori

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