Come recita il celebre aforisma di Herman Hesse, anche un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno. Ha segnato l’ora giusta quello di Elly Schlein quando alla Camera ha condannato con forza l’attacco di Donald Trump a Giorgia Meloni. Un comportamento degno di un leader politico che ha il senso delle istituzioni, inconsueto in chi è abituata a spargere sale sulle ferite del governo. Tanto più mentre i suoi i suoi compagni di cordata –Conte, Renzi, Bonelli-Fratoianni– nelle aule parlamentari si perdevano in trite polemicuzze sul servilismo verso la Casa Bianca della premier.

Giorgia, l’orologio è rotto

L’orologio della presidente del Consiglio, invece, funziona? Forse non è rotto, ma l’impressione è che sia fermo. La sconfitta al referendum, su cui hanno pesato anche talune sue personali irresolutezze, la perdita dell’amico ungherese e l’abbandono dello sponsor americano, sembrano averla scioccata, persino intimorita. Tant’è che per riguadagnare la piazza dei pro-Pal si è acconciata a una mossa davvero poco felice, mettendo in discussione l’accordo di Difesa con Israele. Insomma, la fine legislatura rischia di essere per l’ex underdog una specie di scalata dell’Everest.

Mancano soldi e idee

Non mancano solo i soldi, con una crisi energetica che manda a ramengo ogni velleità di Finanziaria “elettorale”. La verità è che mancano anche le idee. E, almeno fin qui, anche il coraggio per farsele venire. Ad esempio, quello concentrare nell’ultima legge di bilancio prima delle urne le pur scarse risorse a disposizione su un unico obiettivo: una drastica riduzione dell’imposizione fiscale sul lavoro.

La rottura con Trump

Sulla stessa politica internazionale i nodi stanno venendo al pettine. È vero che sull’Ucraina Meloni ha sempre tenuto la barra dritta. Ma europeismo e sovranismo sono due “ismi” inconciliabili tra loro. E difendere la regola della unanimità per la governance dell’Ue è una posizione profondamente sbagliata, vecchio retaggio di un malinteso interesse nazionale dell’Italia. Secondo una corrente di pensiero che va di moda in questi giorni, la rottura col tycoon newyorkese libera la premier da un alleato troppo ingombrante, aprendo così nuove opportunità al rilancio della sua leadership nel centrodestra. “Ex malo bonum”, dicevano gli antichi latini. Può darsi. A giudizio di chi scrive, tuttavia, e guardando oltre il voto dell’anno prossimo, quel rilancio passa per un atto “rivoluzionario” che tagli i ponti definitivamente con le destre “patriottiche: la confluenza di FdI nel Partito popolare europeo. Fantasticherie da “passeggiatore solitario” rousseauiano? Anche chi le condivide, potrebbe obiettare che i tempi non sono ancora maturi. È probabile. Senza mai dimenticare, però, la lezione di De Gasperi quando ammoniva che “il politico guarda alle prossime elezioni. Lo statista alle prossime generazioni”.