«Il via libera della Camera dei Deputati alla legge delega sul nucleare sostenibile è una scelta di scienza e di responsabilità, che colma un ritardo di quarant’anni e restituisce al Paese una strategia energetica degna di una grande nazione industriale». Così il Prof. Vincenzo Pepe, Presidente Nazionale di FareAmbiente, Responsabile Nazionale del Dipartimento Ambiente della Lega e Professore Ordinario di Diritto dell’Ambiente e dell’Energia all’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”, commenta l’approvazione del provvedimento a Montecitorio. Il testo, licenziato in prima lettura, passa ora all’esame del Senato.

Il giurista, che porta avanti questo tema da quasi vent’anni, ricorda: «Quando FareAmbiente cominciò questa battaglia, ben prima che il tema entrasse nell’agenda di governo, eravamo considerati eretici; oggi quella visione è condivisa da molti».
Pepe sottolinea come negli anni Sessanta l’Italia figurasse tra le prime potenze nucleari al mondo per capacità installata, con competenze, impianti e una scuola di fisici tra le più avanzate, un patrimonio poi smantellato inseguendo una paura. Da qui, osserva, un paradosso «che nessuna persona di buon senso saprebbe giustificare, perché importiamo stabilmente energia nucleare da Francia, Svizzera e Slovenia mentre rinunciamo a produrla in casa».

Sul terreno della sicurezza il coordinatore del dottorato di ricerca in “Ambiente, diritto comparato e transizioni” è netto: «Quella paura – precisa – non poggia sulla fisica ma su decenni di disinformazione. Le nuove generazioni di impianti, gli Small Modular Reactor, garantiscono standard di sicurezza intrinseca incomparabili rispetto al passato». E anche sul fronte dei rifiuti, sottolinea, la realtà è ben diversa dall’immaginario collettivo, poiché le scorie ad alta attività «sono volumi contenuti e in larga parte riprocessabili».

Il presidente di FareAmbiente rivendica la cifra del proprio metodo: «Il nostro è un ambientalismo del realismo, non dell’ideologia: il rischio zero non esiste, esiste il rischio minore». E il problema più grave per famiglie e imprese, avverte, è oggi il costo dell’energia, con un prezzo all’ingrosso che nel 2026 ha toccato in media valori intorno ai 127 euro al megawattora, oltre il doppio di quanto pagano i francesi. Mentre una parte dell’opposizione, rileva Pepe, «continua a dire no senza offrire una sola alternativa credibile», FareAmbiente sceglie di affiancare alle rinnovabili «una fonte programmabile, sicura e a basse emissioni». La battaglia, annuncia, proseguirà nei territori, da Torino a Napoli, Potenza e Palermo, «perché la vera transizione, prima ancora che energetica, è culturale». E conclude: «Non è una bandiera di parte: è l’Italia che torna a decidere il proprio futuro energetico anziché subirlo».

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