"Li indottrina e li fa combattere contro Kiev"
Putin e i bimbi ucraini deportati in Russia: “Le famiglie ricevono denaro per accoglierli e tanti soldi se si arruolano. In caso di morte in guerra c’è il bonus…”
Parla Zhanna Galeyeva, l’ideatrice del progetto di “Bird of Light Ukraine. La stanza di Artem”: “La Russia porta via i piccoli ucraini perché sono la speranza di un Paese libero e democratico”
«Cancellare un popolo è sempre stato uno strumento delle dittature. Putin sta provando a farlo con la deportazione di bambini ucraini fin dal 2014. Mentre l’Onu considera il trasferimento forzato di bambini come l’anticamera del genocidio». Zhanna Galeyeva è, insieme a Isaac Yeung, l’ideatrice del progetto di “Bird of Light Ukraine. La stanza di Artem”, la testimonianza dei bambini ucraini deportati da Mosca. Dopo essere stato a Bruxelles e in altre città europee, La Stanza di Artem è ospite dell’Europa Experience – David Sassoli di Roma fino a venerdì 3 luglio.
Zhanna Galeyeva, il vostro è un progetto di divulgazione, quindi partiamo dai fondamentali. In che consiste questa esposizione?
«L’esposizione racconta un’infanzia interrotta. È quello che sta accadendo ai bambini ucraini, in particolare a quelli rapiti dalla Russia. Oggi abbiamo conferma di almeno 20mila casi di deportazione. Si sa il nome del bambino, dove si trovava prima della scomparsa e poi perdiamo le tracce. Sappiamo solo che è stato trasferito in Russia oppure nei territori occupati. Mosca stessa ha dichiarato però di aver trasferito oltre 700mila bambini solo nel 2022».
Qual è l’obiettivo di Putin?
«I bambini sono il futuro dell’Ucraina. Un giorno dovranno costruire un Paese libero e democratico. Portandoli via, la Russia cerca di trasformarli. Li sottopone a un intenso indottrinamento, li convince a odiare l’Ucraina e arriva a militarizzarli per combattere contro altri ucraini».
È possibile sapere dove sono i bambini?
«No. Nessuna organizzazione umanitaria internazionale può accedere ai luoghi in cui questi bambini vengono trattenuti. Le famiglie adottive russe ricevono denaro per accoglierli. Se poi i bambini entrano nelle forze armate, i fondi sono anche maggiori. E aumentano ancora di più nel caso di morte in guerra dei ragazzi».
Cosa si sta facendo per riportare questi bambini a casa?
«Il governo ucraino è impegnato attraverso l’iniziativa del presidente Volodymyr Zelensky, Bring kids Back Ua. Vi lavora anche il nostro Commissario per i diritti umani, Dmytro Lubinets. Inoltre, alcuni Paesi terzi stanno cercando di facilitare le trattative. Il problema è che la Russia vorrebbe utilizzare questi bambini come merce di scambio con prigionieri di guerra. Ma i bambini non possono rientrare in questa logica. Solo al loro rientro si potrà parlare davvero di pace».
Quali sono le reazioni più importanti che avete visto dalla gente comune che ha visitato la mostra?
«Questa mostra parla all’istinto. Tutti siamo stati bambini. Molti di noi oggi sono madri o padri. Chi entra nella stanza prova a immaginare che cosa significherebbe perdere il proprio figlio. Abbiamo ricostruito la cameretta di Artem, un ragazzo di tredici anni. È un personaggio composito, nato raccogliendo le storie di molti bambini deportati. La sua stanza potrebbe appartenere a qualsiasi adolescente europeo. Ci sono un pallone da calcio, le magliette di Neymar e Messi, i compiti lasciati a metà, il disordine tipico di un ragazzo della sua età. Manca soltanto lui. Ed è proprio questa assenza a colpire le persone. La stanza diventa il simbolo dell’attesa, del vuoto, della speranza di una madre che continua a conservare tutto esattamente com’era, perché non vuole rinunciare all’idea che suo figlio possa tornare».
Vi è capitato di incontrare visitatori russi durante la mostra?
«Sì, è successo. Una volta a Bruxelles. Li riconobbi perché l’uomo indossava alcuni simboli riconducibili alla Russia. Molti cittadini russi, ovunque vivano, continuano a identificarsi profondamente con il proprio Paese».
Lei ritiene che abbiano una responsabilità per ciò che sta accadendo?
«Sì. Parlerei di una corresponsabilità. Ma il punto è che, nella maggior parte dei casi, non la percepiscono. Oppure hanno paura di mostrarla. Raramente qualcuno si avvicina per dire: “Mi dispiace. Quello che il mio governo sta facendo al vostro popolo non mi rappresenta”».
E invece qual è la reazione più frequente?
«Invece di prendere le distanze, alcune persone sembrano sentirsi ancora più orgogliose della propria identità russa. Personalmente faccio fatica a comprenderlo. Non c’è nulla di cui andare orgogliosi nel sottrarre bambini ai loro padri e alle loro madri».
© Riproduzione riservata







