Vannacci si, Vannacci no, nella coalizione di centrodestra? Renzi dentro o fuori la foto opportunity del centrosinistra? Sul fronte del governo, la prima questione di respiro europeo che si pone a Giorgia Meloni è la seguente. L’ approdo di Raffaele Fitto, meloniano, ma di estrazione cattolica e moderata, ex ministro per gli Affari Europei e il PNRR, quale Vicepresidente esecutivo con delega alla Coesione nella Commissione Ue, da un lato ha costituito un’affermazione della strategia della premier italiana in Europa, dove peraltro siede la parte più attrezzata e innovativa della sua classe dirigente; ma dall’altro lascia ancora senza risposta un dilemma: di fronte alla crescita delle destre radicali nel Vecchio Continente (Adf in Germania, Farage nel Regno Unito, Le Pen e Bardella in Francia e non solo) di cui il FN di Roberto Vannacci si presenta come il naturale sodale, qual è la postura che intende assumere Meloni? Intende accettare la sfida di un confronto duro, rifiutando l’idea di “nessun nemico a destra” e accettando la competizione con FN, financo lo scontro le cui scintille si sono viste nel confronto impari tra la presidente del Consiglio e la squadretta di Vannacci in Parlamento?

È il consiglio che le dà Ernesto Galli della Loggia – solitamente inascoltato, persino snobbato da FdI – per il quale il centrodestra dovrebbe ricercare la collisione aperta col generale, “un’autentica figura di demagogo reazionario-poujadista che raccoglie consensi di destra e di sinistra” il quale vota “in Parlamento insieme alla sinistra ma è indubbio che egli appartenga alla costellazione storico-ideologica della destra”. Il modello che il politologo propone a Meloni è essenzialmente degasperiano, cioè quello di leader di un soggetto politico conservatore, popolare, legato ai valori tradizionali, cattolici e laici, con una centralità nel rapporto con junior partners – FI, Lega, centristi minori – a cui non sottrarre spazio vitale nell’alleanza. Riflessione molto appropriata quella del Professore, men che sul piano tattico, dove potrebbe avere ragione Meloni: denunciare la convergenza del generale col polo progressista, fu la tattica vincente di Berlusconi contro il “compagno Fini” (salvo formare lui stesso esecutivi con la sinistra, da Letta a Draghi o rieleggere insieme Napolitano e Mattarella al Quirinale). La seconda arma in mano alla Meloni è il “voto utile”: ha senso per un elettore di destra non votare per la coalizione guidata dal primo premier della “droite” e preferirgli il generale, senza una storia politica, lasciato fuori dall’alleanza, i cui voti obiettivamente finirebbero, in uno scontro essenzialmente bipolare, per favorire il centrosinistra? I contatti di Renzi con Vannacci potrebbero accreditare questa tesi.

Il secondo problema del quale Vannacci costituisce una espressione figurale è la seguente: si può cercare – vale innanzitutto per la Meloni e Merz – di allargare i territori della democrazia europea in crisi di credibilità, provando, in modalità più di collegamento e di moral suasion che di demonizzazione, ad attrarre in un campo più dialogante con le istituzioni dell’Unione, le formazioni di radice populista, fino a staccarle progressivamente dalle evidenti influenze russe e anti-Ue? La fine della guerra in Ucraina potrebbe agevolare questo percorso obiettivamente difficile, rischioso. Nel “caso italiano”, se la posta in gioco è il secondo mandato della Meloni a Palazzo Chigi e l’ascesa di una personalità del centrodestra finalmente al Quirinale – l’unica alternanza che ancora manca alla democrazia italiana – è da chiedersi se anche l’attuale maggioranza di governo non dovrebbe edificare un proprio “campo largo” o più esattamente un’“area vasta” inclusiva anche del partito di Vannacci, che sarebbe certo agitata da incoerenze e contraddizioni interne, ma certo non maggiori di quelle del polo progressista. Perché il centrodestra non dovrebbe concedersi ciò che al centrosinistra è ormai riconosciuto senza obiezioni paralizzanti, penalizzando sé stesso? Un rebus che Giorgia Meloni e i suoi alleati dovranno risolvere; i prossimi mesi e i meccanismi della legge elettorale potranno aiutare la premier a sciogliere il nodo.