Nel settembre del 2016, Hillary Clinton commise un grave errore. Chiamò metà degli elettori di Trump «un cesto di deplorevoli». Voleva umiliarli. Quelli si appuntarono questa parola al petto come una coccarda. Roberto Vannacci non ha avuto la fortuna di un avversario così generoso. Ha provveduto da solo. Dal palco della sua costituente, prima di mettersi a pregare, si è definito così: «Noi rappresentiamo lo scarto e la feccia e siamo orgogliosi di esserlo. In Parlamento siamo una sporca dozzina, qui siamo i figli di nessuno e orgogliosi di esserlo». Il giorno dopo mezza Italia rideva. Sbagliava. E chi non rideva ci ha visto l’oscurantismo: Massimo Recalcati, su Repubblica, legge in Vannacci la regressione a pulsioni tribali, la fame di risposte «visceralmente immediate» al posto della complessità. Vannacci, con quella frase, ha sorpassato Meloni a destra: lei era l’underdog, lui è sceso fino allo scarto. E se un partito del 2% nel 2013 è arrivato a Palazzo Chigi, perché non dovrebbe accadere di nuovo?

Gli scartati: i millennial e gli anziani

Ma chi sono questi scartati? Io ne conosco parecchi e sono forse un quarto del Paese. Per lo più millennial a cui hanno raccontato la favola più crudele: che con l’impegno si arriva. Si sono impegnati. Hanno studiato, fatto i bravi, accumulato master e stage. Oggi vivono in coabitazione e cambiano lavoro come si cambiano i treni e i mezzi che usano per andare al lavoro. E poi ci sono gli anziani, per i quali dopo una vita di sacrifici è cominciato il peggio. Un uomo che ha pagato vent’anni di mutuo si ritrova il condominio pieno di odori che non riconosce, di liti in una lingua che non capisce. Esce sempre meno, davanti a una tv che gli racconta che vive nel Bronx. Conosco anziani ossessionati dall’idea che qualcuno occupi la loro casa mentre sono fuori o in ospedale. La sola risposta che ricevono è una parola: «Razzisti». Mia madre non è razzista. O non lo è ancora. Ma se vede un ragazzo nero sull’autobus che non paga il biglietto, le scatta qualcosa in testa. Non ragiona più! Una vita a cedere il posto perché si fa così e ora nessuno che lo ceda a lei. Non è cattiveria. È il conto che le presentano. Una famiglia straniera che compra casa nel suo palazzo le dice una sola cosa: sei finita in fondo alla fila. Tutti trattati come un errore. Se non hai un buon lavoro, è colpa tua; se non arrivi a fine mese, è colpa tua. E intanto stai lì a scorrere il telefono per ore, a guardare la felicità degli altri, sperando che prima o poi tocchi anche a te, ma con un filo di rabbia e frustrazione sempre crescente.

Le favole diventate trappole

Queste persone non sono guaste. Sono prigionieri delle favole che gli abbiamo raccontato, a destra e a sinistra, per prendergli il voto. E adesso quelle favole diventano trappole. Lo prometteva Prodi: con l’euro un giorno di lavoro in meno e la paga di uno in più. Lo giurava Berlusconi: un milione di posti di lavoro! Il conto non l’ha pagato nessuno, se non loro. Il successo non nasce dall’impegno, ma da dove parti, da chi conosci, da come gira la fortuna. La favola del merito serve a chi ce l’ha messa in giro solo per sentirsi migliore. A chi resta indietro, lascia la vergogna. Così, adesso, queste persone vogliono una clava per spaccare tutto. Vannacci si offre come clava. Tu che leggi da dentro una Ztl dirai: è solo rabbia, un voto di pancia. Lo dici con la puzza sotto il naso, come se quel voto valesse meno del tuo. Vorresti che votassero come dici tu. E loro votano con la pancia, anche per farti dispetto. Il colpo da maestro è un altro.

Le tre frasi di Vannacci

Agli scartati, Vannacci dice la cosa più semplice del mondo: la destra non si occupa dei tuoi problemi, la sinistra si occupa degli altri (spesso causa dei tuoi problemi), io mi occupo di te. Tre frasi. Non promette il paradiso. Promette attenzione. A chi si sente uno scarto non offre un programma. Offre semplicemente di “scegliersi” a vicenda. Dopotutto, lui è uno di noi. Penseranno. La sinistra parlava, un tempo, per prima a queste persone. Poi ha smesso, e forse non sa più farlo. Così, giura di «ripartire dalle periferie» e intende un convegno o un comizio. La sinistra dovrebbe abitarle le periferie: esserci, non parlarne né limitarsi ad andarci.

Un quarto d’Italia senza risposte

Recalcati, da par suo, ne ha una più colta: oscurantismo. Ma per chi sta in fondo alla fila, Vannacci non è oscurantismo. Il buio ce l’hanno già e in lui vedono un filo di luce (che ci piaccia o meno). Recalcati teme che Futuro Nazionale, logorando Meloni, indebolisca non la destra ma la cultura democratica del Paese. Può darsi. Ma è l’ennesimo alambicco di chi guarda dall’alto. Sotto c’è un quarto d’Italia senza risposte ai propri problemi, e a quelle persone la difesa della complessità arriva come un insulto in punta di fioretto, ma il senso è sempre quello: «Sei un coglione!». Attenti, sottovalutare Vannacci significa offendere chi lo vota. E se offendi qualcuno, difficilmente voterà per te. E questo, il Generale l’ha capito perfettamente.