Confesso di non essere tra gli estimatori di Roberto Vannacci. Non condivido molte delle sue posizioni. Non condivido le sue ambiguità verso la Russia di Putin. Non credo che il futuro dell’Italia e dell’Europa possa essere affidato a visioni geopolitiche che rischiano di indebolire proprio quell’Occidente che invece andrebbe difeso con convinzione. Eppure continuo a pensare che chi deride Vannacci stia commettendo un errore politico. Perché il vero tema non è Vannacci. Il vero tema è perché cresca. E la risposta è probabilmente meno legata ai meriti del generale di quanto molti immaginino. La sua crescita è soprattutto il sintomo del declino di una parte della classe dirigente che negli ultimi anni avrebbe dovuto rappresentare il centrodestra moderato, identitario e di governo.

Vannacci cresce dentro il vuoto della destra

Non è un caso che le indiscrezioni di queste settimane raccontino di parlamentari pronti a raggiungere Futuro Nazionale provenendo proprio dalla Lega e da Forza Italia. Perché i parlamentari non si spostano soltanto verso chi cresce. Abbandonano soprattutto chi appare fermo. Da anni milioni di europei osservano fenomeni che la politica continua ad affrontare con imbarazzo: difficoltà di integrazione, radicalizzazione islamista, insicurezza urbana, tensioni sociali e degrado in molte grandi città. Da Parigi a Londra, da Bruxelles a Monaco di Baviera, fino ad arrivare a Milano, cresce una domanda che non può più essere liquidata come populismo: quale Europa stiamo lasciando ai nostri figli? Quando una famiglia si domanda se tra dieci anni manderà serenamente un figlio a studiare in una grande città europea, non sta facendo un ragionamento ideologico. Sta esprimendo una preoccupazione reale. A questo si aggiunge il silenzio sulle persecuzioni dei cristiani nel mondo. Il caso della Nigeria è emblematico: migliaia di vittime e comunità colpite dalla violenza jihadista senza che il tema trovi lo spazio che meriterebbe nel dibattito occidentale.

È dentro questo vuoto che cresce Vannacci. Non perché abbia tutte le risposte. Ma perché pone domande che altri evitano accuratamente. Attenzione però: sarebbe un errore trasformare queste preoccupazioni in simpatie filorusse o in una ribellione antioccidentale. È qui che mi separo nettamente da Vannacci. La risposta non può essere meno Occidente. La risposta deve essere più Occidente. Più sicurezza, più libertà, più integrazione vera, più fiducia nei valori democratici e nella nostra identità culturale. Forse il primo ad aver intuito questo rischio fu Joseph Ratzinger, quando parlava della crisi culturale europea molto prima che diventasse un tema politico.

Lega e Forza Italia hanno perso la direzione

Ma la riflessione più interessante riguarda proprio il centrodestra. Mentre Giorgia Meloni continua a rafforzare la propria leadership, Lega e Forza Italia sembrano aver smarrito una direzione chiara. Matteo Salvini appare schiacciato tra la leadership della premier e l’emergere di figure come Luca Zaia e Massimiliano Fedriga. Antonio Tajani, invece, appare sempre più immobile. Mentre Forza Italia perde consenso e capacità attrattiva, l’immagine che molti ricordano è quella di un leader finito al centro delle polemiche per aver spiegato pubblicamente le presunte origini del proprio cognome riconducendole a un profeta islamico. Una frase che voleva essere inclusiva ma che è stata percepita come distante dalle preoccupazioni quotidiane degli italiani. E allora forse è arrivato il momento di dirlo con chiarezza. Il problema non è il presunto populismo di Vannacci. Il problema è il vuoto lasciato da chi avrebbe dovuto offrire una risposta più credibile di Vannacci. Perché i fenomeni politici non nascono mai dal nulla. Nascono quando una parte della società smette di riconoscersi nelle proprie classi dirigenti. E se oggi alcuni parlamentari della Lega e di Forza Italia guardano al generale, forse il dato più interessante non riguarda il punto di arrivo. Riguarda il punto di partenza. Perché prima ancora della crescita di Vannacci, ciò che colpisce è il declino di Salvini e Tajani. Ed è lì che andrebbero cercate le vere ragioni del fenomeno politico che sta agitando il centrodestra italiano.