Politica
La destra insegue Vannacci, la sinistra Conte: da Calenda a Carfagna, il centro c’è (ma continua a litigare)
Azione precisa di rimanere fuori dai due poli, Noi Moderati soddisfatta del voto Della Vedova e Hallissey, protesta forte per «violazione dello statuto»
Il centro italiano resta una galassia agitata, litigiosa, incompiuta. Ma ogni nuovo test elettorale conferma una realtà politica che né la destra né la sinistra riescono più a ignorare: esiste uno spazio moderato, riformista, europeista che vale stabilmente tra l’8 e il 15 per cento. Un’area frammentata, certo. Ma viva. E soprattutto decisiva. A rivendicarlo con forza è Mara Carfagna, Noi Moderati. «Lavoriamo per cercare soluzioni praticabili. Il nostro è un partito giovane, siamo nati due anni fa ma siamo in crescita», ha spiegato la segretaria di Noi Moderati a La7. E i numeri delle amministrative le danno argomenti concreti: 9,7% a Cava de’ Tirreni, 7,3% a San Benedetto del Tronto, 4,3% a Reggio Calabria. Percentuali che, lette singolarmente, possono apparire modeste. Ma sommate alle performance delle altre forze centriste raccontano qualcosa di più profondo: un elettorato moderato esiste ancora e continua a cercare rappresentanza.
Non è un caso che anche Confindustria abbia scelto un linguaggio sempre più vicino a quello dell’area centrista. Il presidente degli industriali ha invocato «responsabilità» e concretezza, chiedendo alla politica di sottrarre temi strategici alle campagne elettorali permanenti. In particolare sul piano casa: «Serve tenere i nostri ragazzi qua, a lavorare sul merito, e attrarre giovani dall’estero in modo regolare perché ci mancheranno cinque milioni di persone in età lavorativa entro il 2040».
Parole che trovano immediatamente sponda nell’Udc di Antonio De Poli. Il segretario centrista rivendica il lavoro svolto dal governo sul Piano Casa ma insiste sulla necessità di «un confronto ampio e concreto» per dare risposte a famiglie, giovani e ceto medio. E rilancia gli “Stati Generali dell’Abitare 2026”, previsti il 4 giugno a Roma, come tentativo di costruire una piattaforma nazionale moderata sui temi sociali ed economici. Ma il centro resta anche un laboratorio di conflitti interni.
In casa Più Europa il clima è ormai esplosivo. Dopo la decisione del segretario Riccardo Magi di rinviare a dicembre il congresso, la sede del partito in via Nazionale è stata occupata pacificamente da Matteo Hallissey, Benedetto Della Vedova e altri dirigenti. Il motivo? «Violazione dello statuto», «abuso contro le opposizioni interne», «deriva preoccupante» per un partito nato nel nome dello Stato di diritto. I fermenti dell’area sono testimoniati anche da una notizia: il 15 giugno sarebbe in agenda a Milano il lancio di un nuovo soggetto, quello degli Europeisti. Un progetto ancora riservato che interseca le posizioni di Azione, Pld e +Europa presentando una piattaforma, nomen omen, europeista. Che guarda soprattutto ai giovani, all’area del non voto, agli oppositori dei sempre più numerosi filorussi d’Italia. Così come ieri aveva detto al Riformista Luigi Marattin, sul fronte centrista duro e puro si attesta anche Carlo Calenda.
Il leader di Azione ha ormai scelto una linea di radicale autonomia dai due poli. «Noi andremo al centro, punto», dice. E individua uno spazio elettorale preciso: «C’è almeno un 8% che non vuole votare le forze estreme». La sua analisi è brutale ma politicamente lucidissima. Da un lato vede il centrodestra inseguire Roberto Vannacci e radicalizzarsi. Dall’altro osserva il Partito democratico avvicinarsi sempre di più a Giuseppe Conte. Risultato: milioni di elettori moderati rischiano di restare senza casa politica. Per Calenda il problema non è soltanto elettorale ma quasi culturale. «Dobbiamo spezzare questa ordalia che è diventata la politica», sostiene. La parola non è casuale: ordalia, giudizio estremo, scontro permanente. È la fotografia di un bipolarismo diventato bipopulismo, dove ogni posizione intermedia viene schiacciata. Dentro questo scenario il centro prova a ricostruire un proprio spazio autonomo. Non più il vecchio Terzo Polo ormai esploso tra personalismi e diffidenze reciproche. Piuttosto una rete ancora articolata ma persistente di forze moderate, cattoliche, liberali, riformiste ed europeiste.
© Riproduzione riservata







