“Difendere la libertà. L’ora dell’Europa” è il nuovo libro del Senatore Carlo Calenda, leader di Azione. Pagine intense da cui emerge un appello: l’Europa reagisca dinanzi le autocrazie che avanzano.

La politica vive di reel e dichiarazioni compulsive ma lei non si arrende: continua a scrivere libri.
«Oggi la soglia dell’attenzione dura al massimo dodici ore, scade tutto in mezza giornata. Non c’è più attenzione al passato ma manco al passato recente. I reel sono utili, sì, ma unidirezionali. Serve altro. Ho girato 34 università, parlando a più di 10.000 giovani, rispondendo alle loro domande. Questo è dialogo. Scrivere, poi, aiuta a fissare le idee».

Perché è nato quest’ultimo saggio?
«Per descrivere l’intersecarsi delle due direttrici che oggi tentano di distruggere le democrazie del mondo. Una, il ritorno delle velleità imperiali di Paesi come Russia, Cina, Stati Uniti ma anche altri, penso alla Turchia di Erdoğan o all’Arabia Saudita di Bin Salman. L’altra, il tecno-capitalismo: siamo passati dal capitalismo democratico, che genera ricchezza per tutti, a un capitalismo monopolista e aggressivo. Le stesse potenze autocratiche, ma anche quelle democratiche come gli Usa, oggi sono governate da oligarchie. Queste direttrici premono sull’Europa».

La nuova Europa – lei scrive – nasce in Ucraina. Oggi la forza morale di quel popolo dovrebbe essere il nostro esempio, invece, siamo sempre più rammolliti. Perché?
«Ci siamo disabituati alle prove di forza. Dinanzi l’aggressione militare di Putin, l’Europa ha fatto molto di più di quello che si pensava, ha tenuto in piedi l’Ucraina da sola, ma resta la sensazione di fondo che ci si muova sempre sull’onda dell’emergenza. Pensiamo di esser in un mondo di erbivori ma la realtà è ben diversa».

Nel 2016, al Forum economico di San Pietroburgo, lei incontra un Putin arrogante verso noi europei. Abbiamo finto per anni di non vedere la sua natura?
«Putin, arrogante, ha sempre considerato l’Italia come il ventre molle dell’Europa. Semplicemente non ce ne siamo voluti accorgere. Oggi in UE dilagano fake news, campagne di disinformazione e sono tante le ingerenze che si attribuiscono alla longa manus del Cremlino. I russi spendono tre miliardi di euro per queste azioni, che sono una vera e propria guerra cognitiva. Usano la democrazia contro di noi, e noi europei siamo impreparati. Non abbiamo norme che consentono per davvero di scavare in profondità nelle relazioni tra partiti politici, opinionisti o giornalisti. Noi possiamo ipotizzare che Vannacci sia molto vicino ai russi – quando era addetto militare dell’ambasciata italiana a Mosca frequentava circoli filo-putiniani – ma non lo possiamo sapere con certezza, perché nessuno può indagare su questo. C’è un reato che si chiama “intelligenze con lo straniero”, in vigore nel Codice penale italiano, che andrebbe fatto funzionare meglio, anche nei confronti di parlamentari, perché molte sono le manovre russe a tenaglia che puntano a condizionare gli sbocchi politici italiani».

Nel libro scrive anche del complesso rapporto UE-Cina, della coercizione economica cinese nei nostri confronti. Come se ne esce, se se ne esce?
«Non siamo condannati ad esser dipendenti da Pechino. La Cina ha delle fragilità interne enormi, il punto è un altro: gioca una partita che noi non sappiamo giocare. Invade i nostri mercati con i suoi prodotti, li vende a cifre irrisorie. Se l’Europa si comportasse da grande potenza, invece di fare una strategia sull’elettrico che ha immensamente facilitato la Cina e danneggiato le nostre filiere, bloccherebbe la vendita di auto cinesi sottocosto. Non sarebbe un dazio protettivo ma un dazio lecito, perché il dumping di Pechino è una pratica commerciale scorretta».

Ci manca, però, il coraggio… e nel frattempo, l’egoimperialismo di Trump – così da lei definito – genera confusione in Occidente.
«La politica americana oggi è in crisi. Basti pensare che è consentito il finanziamento illimitato nelle campagne elettorali e abbiamo visto, infatti, Elon Musk sostenere Trump con lotterie da un milione di dollari al giorno. Questa non è più democrazia, è cleptocrazia».

Sullo sfondo, infine, regna il caos culturale. Giovani che cantano “Bella Ciao” ma poi sostengono la resa a Putin o le posizioni di Hamas. Cos’è, ignoranza o ipocrisia?
«Una grandissima dose di ipocrisia. Oggi vige il “nichilismo dell’intrattenimento”: ci si interessa solo di ciò che va di moda in quel momento. Quando la Russia invase l’Ucraina ci furono grandi manifestazioni, poi via via si sono spente. Gli ucraini sì che hanno la resilienza, sì che sanno che la loro libertà dipende dalla loro capacità di resistere, noi invece non resistiamo perché siamo tutti i giorni distratti da qualcos’altro. Cerchiamo qualcosa che ci diverte, e basta. Non c’è consapevolezza di quello che siamo stati, della nostra storia e valori».

Siamo noi – Paesi europei – l’ultimo baluardo della civiltà occidentale?
«Sì, ma non siamo più delle monadi, non ci salviamo più da soli. Ci salviamo se coltiviamo e viviamo – per davvero – uno spirito comunitario».

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Classe 1998, nata sotto il segno del cancro. Veneta, al momento a Roma. Seguo la politica estera e le cronache parlamentari. Tennista a tempo perso, colleziono dischi in vinile e li ascolto rigorosamente davanti a un calice di rosso. Kierkegaard e Nozick due grandi maestri.