Altro che legge sulla cittadinanza
Disagio psichiatrico, liberiamoci dal basaglismo ideologico e ricordiamoci che Mario Tobino non fu ascoltato, fu deriso
Disagio psichiatrico. A differenza di tanti analisti, a noi convince che l’attentatore di Modena, Salim El Koudri (italiano o italo-marocchino, chiamatelo come vi pare), abbia agito per un disturbo mentale della personalità. Lo diciamo subito: va messa in discussione non la legge sulla cittadinanza, ma la legge Basaglia; la sua filosofia, il suo metodo. Da sempre il nostro eroe non è Franco Basaglia ma Mario Tobino, i cui libri hanno descritto il suo “amore per i matti”. Lui, lo scrittore-psichiatra, uomo-simbolo che si oppose con coraggio – che quasi nessuno oggi ha – alla deriva anti-psichiatrica o alle radicalità della “psichiatria democratica”. Lui, combattente in Africa, poi partigiano, primario ospedaliero per una vita a Maggiano (Lucca), vincitore dello Strega (1962) con Il Clandestino e del Campiello (1972) con Per le antiche scale, in cui descrive la vita delle sue «creature degne d’amore». La Rai gli ha dedicato una fiction in cui è interpretato dal bravo Lino Guanciale, attore impegnato sulla «rive gauche»: opera meritoria del servizio pubblico.
Ora, la verità è che ciò che è accaduto a Modena può accadere ovunque. Solidarietà ai feriti, massima. Ma occorre ragionare. È il fondamentalismo anti-psichiatrico che crea il “caso El Koudri”: lasciate perdere il dibattito sugli immigrati di seconda generazione. Non è lì il problema. Bisogna liberarsi del basaglismo ideologico, che ha fatto abbandonare molti malati a sé stessi, come lo era l’attentatore di Modena: senza cure, senza assistenza, senza controlli, con una laurea appesa, con una patente e un coltello in tasca.
In preda ai suoi deliri: contro l’università, contro Gesù Cristo, contro tutto e tutti. Ma libero, perché la legge Basaglia ha cancellato i manicomi, sostituendoli quasi sempre con fragili e inermi centri di igiene mentale che non sono in grado di seguire, contenere casi gravi o meno gravi, che gravi così lo diventano. «Venne contattato più volte ma aveva deciso di non aderire alle cure. Non si presentò più, una scelta che per legge chiunque può prendere». Già. Si cura chi vuole, vige la libertà di autodeterminarsi, le famiglie non ce la fanno o non vogliono, mancano le strutture residenziali. E soprattutto la volontà.
Tobino aveva previsto lo sfascio: «Il malato è appena tolto dalla autoambulanza e già trapela, presto esplode il suo delirio di persecuzione: in casa gli somministravano di nascosto il veleno, i vicini di casa lo diffamavano, quelli del paese quando passava per le strade gli lanciavano insulti, infamanti accuse, una vita impossibile, odiato paese, orda di cattivi, tutti contro di lui a seviziarlo con l’elettricità, con la radio, con macchine magnetiche. Lui solo contro tutto il paese». Tobino e i «conservatori» hanno passato una vita a rassicurarli, a proteggerli. Anche commettendo errori, ma dentro il problema: con le proprie mani, sulle proprie spalle. Poi arrivarono «i novatori social-psichiatrici», che non innovarono, esagerarono: la malattia mentale non esiste. O è il prodotto della società: responsabilità mia, tua, nostra. E così non sono esistite più strutture, personale specializzato, cure vere. «Al più presto reinserirlo, rimandarlo al paese, riprenda il suo posto, la colpa è della società, della suocera, del sagrestano», scriveva con angosciata ironia Tobino. Non fu ascoltato; fu deriso. E vi ritrovate Salim. Ecco.
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