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Sciopero generale oggi lunedì 18 maggio, l’USB paralizza l’Italia
Oggi, lunedì 18 maggio, si ferma mezza Italia. USB ha proclamato uno sciopero generale di 24 ore che fermerà treni, trasporto pubblico locale, scuole, sanità non d’emergenza e pubblico impiego. Le motivazioni meritano una lettura attenta, perché mostrano come si rovina una giusta rivendicazione a forza di ideologia.
Sul piano delle rivendicazioni economiche, le ragioni dello sciopero sono solide. La richiesta di un meccanismo di adeguamento automatico di salari e pensioni al costo della vita risponde a un’emergenza reale: dal 2022 i lavoratori italiani hanno perso potere d’acquisto e nessun rinnovo contrattuale lo ha recuperato. Le critiche al riarmo al 5% del PIL e alla scelta di non tassare gli extra-profitti energetici e bancari sono argomenti che si possono condividere o respingere, ma stanno dentro il perimetro classico di una piattaforma sindacale: riguardano la distribuzione del reddito nazionale, materia su cui il governo italiano è competente e i lavoratori hanno interesse diretto. Su questo terreno lo sciopero sarebbe stato comprensibile, difendibile, persino popolare oltre la base abituale di USB.
E invece la piattaforma è stata caricata di altro. Degli 11 punti del documento, 6 riguardano direttamente Israele, Stati Uniti, Venezuela e Cuba, Sumud Flotilla, blocco navale a Gaza, “minacce di invasione” americane, embargo a L’Avana definito “criminale”, rottura delle relazioni con Tel Aviv, embargo armi, controllo dei porti italiani: una piattaforma di politica estera militante, se non delirante, che cita solo le guerre occidentali e tace in modo assoluto sull’aggressione russa all’Ucraina, in corso da oltre 4 anni e con effetti diretti sui prezzi energetici e sui bilanci pubblici. Questa selettività è il marchio di fabbrica dell’anti-occidentalismo: una posizione politica legittima, ma una posizione politica, non una rivendicazione sindacale.
C’è anche un problema giuridico, sul punto Venezuela e Cuba in particolare. La Corte Costituzionale, con la sentenza 290 del 1974, ha sdoganato lo sciopero politico ancorandolo però a una condizione precisa: deve riguardare misure suscettibili di incidere sul lavoro subordinato, o interessi soddisfacibili solo da atti del governo o della legge italiana. Le “minacce statunitensi al Venezuela” e il “blocco a Cuba” non rientrano in quel perimetro: il governo italiano non ne ha competenza. È il punto più fragile, su cui un’eventuale opposizione formale avrebbe appigli.
Il danno politico è però più grande di quello giuridico. Caricare una piattaforma sindacale di tesi geopolitiche così connotate produce due effetti immediati: regala al governo l’alibi per liquidare l’intera protesta come “sciopero ideologico”, e allontana i lavoratori che condividono le rivendicazioni salariali ma non quelle internazionali. Il messaggio che arriva è che per scioperare con USB bisogna sottoscrivere un pacchetto chiuso che include la posizione terzomondista anti-occidentale. È una richiesta di adesione politica, non di sostegno sindacale, e svuota la rappresentatività di uno strumento che sull’inflazione e sui salari avrebbe potuto pesare davvero.
Esiste un’idea semplice di forza sindacale: si chiama disciplina della rivendicazione. Significa che chi vuole vincere una battaglia la combatte da sola, non la mette in un mazzo. USB ha scelto la strada opposta, e il risultato è uno sciopero che si auto delegittima nel momento stesso in cui viene proclamato. L’inquinamento ideologico anti-occidentale, mascherato da anti-imperialismo, rende grottesca una protesta che sui punti economici avrebbe potuto parlare a tutto il Paese. Per chi crede che salari, pensioni e servizi pubblici vadano difesi sul serio, è un’occasione mancata. Per il governo, è un regalo che non aveva chiesto.
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