Il paradosso
Scuola, il 4+2 e l’ideologia del “No”: perché scioperare il 6 e 7 maggio è un errore, si protesta contro un modello che l’Europa vuole copiarci
Esiste un paradosso sottile e pericoloso che attraversa il dibattito pubblico italiano ogni volta che si tenta di scardinare lo “status quo” dell’istruzione. Il prossimo 6 e 7 maggio, le organizzazioni sindacali scenderanno nuovamente in piazza per protestare contro la riforma del “4+2“. L’accusa è la solita: il timore di una perdita di posti di lavoro per i docenti.
Eppure, a ben guardare, non vi è traccia di tale deriva. Al contrario, il Ministero ha più volte ribadito la volontà di mantenere gli organici basati sul percorso quinquennale, affidando all’autonomia scolastica la flessibilità necessaria per gestire il cambiamento.
Autonomia didattica ed organizzativa sempre reclamata quando “conviene” dal sindacato…
Le scuole, dopotutto, sono i soggetti più vicini al territorio e ne conoscono meglio di chiunque altro il tessuto economico e sociale. È difficile credere che un Ministro sia così stolto da ignorare la tenuta del sistema; il vero nodo, semmai, è la capacità di leggere un mondo in rapida trasformazione.
Mentre in Italia si protesta, il resto d’Europa ci osserva con interesse. Ed è qui che il paradosso si fa eclatante: proprio le nazioni del Nord Europa — spesso citate dai sindacati come modelli per salari e qualità educativa — guardano oggi al nostro “4+2” come a un esempio da seguire. Forse i detrattori ignorano che in quei Paesi il tasso di “drop-out” (la dispersione scolastica esplicita-abbandono scolastico) tra i sedicenni tocca punte percentuali altissime. Il modello italiano, che punta a un’eccellenza capace di accorciare le distanze tra banchi e mercato del lavoro attraverso i diplomi ITS (con qualifica europea di 5° livello EQF), attrae chi ha capito che i vecchi schemi non reggono più l’urto della realtà.
Dobbiamo dircelo con franchezza: il mondo post-Covid, le tensioni geopolitiche e l’avvento dell’Intelligenza Artificiale hanno polverizzato le vecchie percezioni del domani. I dati demografici, poi, non sono opinioni, ma sentenze: entro il 2030 avremo un milione e duecentomila studenti in meno. Nello stesso anno, il mercato del lavoro accuserà un vuoto di quasi due milioni di tecnici specializzati.
In questo scenario, scioperare contro il “4+2” non significa difendere la scuola, ma schierarsi contro il futuro dei ragazzi. È una mobilitazione che sa di già visto: una resistenza ideologica che ricalca le opposizioni alle riforme Berlinguer del 2001 e Renzi nel 2015, laddove interventi come quelli dei Ministri Gelmini, Giannini o Moratti furono poco più che una “spolveratina” superficiale.
Il futuro della scuola pubblica non passa per la conservazione di rendite di posizione, ma per il coraggio dell’innovazione.
Mi aspetterei uno sciopero, semmai, per rivendicare una reale autonomia finanziaria degli istituti, per una chiamata diretta dei docenti che premi la qualità o per nuovi sistemi di reclutamento basati sul merito, sulla “formazione” continua.
Come Partito Liberaldemocratico, lo sappiamo bene: non c’è nulla di più ingiusto che fare parti uguali tra disuguali. La “finta eguaglianza” è il peggior nemico del merito. Difendere un sistema immobile in un mondo che corre significa condannare i nostri giovani alla marginalità. Il 6 e 7 maggio non si sciopera “per” la scuola, si sciopera contro la possibilità che essa diventi finalmente moderna, efficiente e, soprattutto, utile ai figli di questo Paese.
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