«Occorre un ritorno alla tradizione atlantista e multilaterale della politica estera americana». È questa la tesi di Leon Panetta, ex direttore della Cia, segretario della Difesa, capo di gabinetto di Bill Clinton e presidente del Panetta Institute, tra i più autorevoli esponenti del mondo democrat, sui nodi dell’attuale Amministrazione Usa.

Come valuta la politica estera di Trump?
«È difficile parlare di una strategia compiuta. Trump sembra muoversi una crisi alla volta, secondo ciò che in quel momento gli appare utile. È una rottura con la tradizione americana del dopoguerra, costruita sull’idea che gli Stati Uniti dovessero guidare il mondo occidentale, tenere insieme le alleanze e opporsi ai regimi autoritari. Con lui tutto si basa su una logica personale basata su rapporti diretti con i leader e un approccio teatrale. Ma una grande potenza non può vivere solo di improvvisazione. Se Washington diventa imprevedibile, gli alleati diventano insicuri e gli avversari sono tentati di testarne i limiti».

Che effetto ha avuto la guerra in Iran sull’opinione pubblica americana?
«Ha avuto un effetto significativo. Trump aveva promesso forza, stabilità e vantaggi economici. La guerra, invece, ha portato il timore di un nuovo conflitto mediorientale che ha prodotto pressione sui prezzi dell’energia e la sensazione di un’altra logorante operazione militare senza una vittoria chiara. Ciò si aggiunge alle conseguenze materiali del conflitto come l’aumento del costo della benzina, inflazione e insicurezza strategica. Tutti aspetti che incidono direttamente sul ceto medio e hanno reso l’attuale Amministrazione rapidamente impopolare. C’è poi un problema politico più profondo».

Quale?
«L’obiettivo iniziale sembrava molto ambizioso, ovvero il cambio di regime. Ma, dopo settimane di conflitto, il regime iraniano è ancora al potere e può persino affermare di essere sopravvissuto alla pressione congiunta di Stati Uniti e Israele. Questo indebolisce il racconto della vittoria e fortifica la resistenza del regime. Una guerra costa consenso quando non produce un risultato visibile, e in questo caso molti elettori vedono più rischi che benefici. Specie nella base trumpiana».

Come può incidere tutto questo sulle elezioni di metà mandato?
«Può pesare molto. Le midterm si giocheranno sul giudizio complessivo su Trump dalla guerra all’economia, passando per il caro vita. Se l’elettore medio percepisce che il presidente ha promesso ordine e ha prodotto costi e incertezza, il voto diventa così un referendum sulla sua leadership. Per questo tra i democratici cresce la fiducia di poter riconquistare la Camera dei Rappresentanti».

Crede ci siano speranze per il Senato?
«Resta più difficile, ma non impossibile. La Camera però è il punto decisivo, perché permetterebbe ai democratici di frenare Trump negli ultimi due anni del mandato. Non sarebbe solo una vittoria di partito. Sarebbe il ripristino di un vero controllo politico su una presidenza che oggi tende a muoversi senza veri contrappesi interni».

Perché ciò sarebbe importante?
«In quanto sarebbe un ritorno allo spirito costituzionale. La nostra Costituzione è stata costruita infatti sul principio dei checks and balances: i Padri fondatori non volevano un re, né un potere assoluto. Il problema recente è che un Congresso repubblicano non ha esercitato sufficiente controllo su Trump. I tribunali hanno resistito, la stampa libera esiste ancora, ma serve che il Congresso torni a esercitare il proprio ruolo di contrappeso istituzionale. Per questo molti credono che le midterm possano limitare davvero il potere di Trump negli ultimi due anni del mandato».

E in vista delle presidenziali del 2028 cosa dobbiamo aspettarci?
«È troppo presto per dirlo. Sicuramente l’esito delle midterm e la conseguente strategia repubblicana inciderà molto sulle evoluzioni della competizione elettorale. Spero però che i democrats scelgano una figura capace di parlare a tutti gli americani cercando di conciliare le tante anime del nostro Paese. La società americana è profondamente divisa, ora dobbiamo cercare di riunirla».

Qual è la sua speranza per gli Stati Uniti?
«Io credo che la vera forza americana non sia a Washington. Ma nelle sue comunità, negli Stati rossi e blu, nelle persone che continuano a lavorare insieme, a credere nella democrazia, a risolvere problemi concreti. Il Paese reale è più resistente delle sue élite politiche. In 250 anni gli Stati Uniti hanno attraversato guerre civili, guerre mondiali, depressioni, recessioni, disastri naturali. Ogni volta hanno trovato forza per andare avanti. Oggi Washington governa attraverso la crisi. Ma il popolo americano, con il voto, può ancora proteggere il futuro della nostra democrazia».