I poli opposti che assediano il bipolarismo
Di Battista e Vannacci in campo, le due mine vaganti sono spine nel fianco per le coalizioni
Eraclito non poteva immaginare che identificando “il cambiamento” come “l’unica costante” avrebbe tracciato un compendio folgorante della nostra condizione politica nazionale. Questa formula icastica fotografa la mutevolezza e l’incertezza che in questa fase attraversa il nostro sistema politico. Il referendum ha riaperto una partita alla quale non credeva nessuno, ha portato scompiglio nel centrodestra, producendo quale risultato collaterale il revival di aspirazioni – più o meno celate – alla convergenza di forze responsabili, in caso ça va sans dire che alle prossime elezioni politiche non si produca dalle urne una maggioranza chiara, netta e che veda prevalere uno dei due poli. In quel caso, appunto, sperano in molti (dal Kraken a qualche “azzurro”) sarà necessario imbastire l’ennesima maggioranza alternativa fondata sulle larghe intese. Quella maggioranza europeista richiamata più volte da Carlo Calenda e dagli attori del cosiddetto centro, che ad oggi più che una prospettiva pre-elettorale sembra un’ipotesi del dopo.
Eppure al di là degli schemi convenzionali c’è qualcosa che si muove agli estremi, e potrebbe condizionare più di quello che si ipotizza oggi lo scenario futuro. A destra c’è il generale Vannacci che con il suo “Futuro Nazionale” seguita a salire nei sondaggi, e rimane la vera incognita per la coalizione di Centro-destra. Se Vannacci va da solo, come profetizzato proprio dal Kraken- Renzi durante il confronto con il generale a “Pulp Podcast”, il centro-destra e quindi Giorgia Meloni potrebbero perdere a destra i voti necessari per vincere.
Con l’attuale legge elettorale anche il tema dei collegi uninominali non può essere sottovalutato. Subire un’erosione è quello che Meloni deve evitare, e prima o poi i conti con il generale andranno fatti, perché quell’elettorato che ad oggi sembra intenzionato a guardare a Futuro Nazionale è cruciale per battere il campo-largo. Chi ne vuole fare l’Efialte del centrodestra in fondo potrebbe aver scommesso troppo in anticipo. Di più non è un mistero che a sinistra sperino nell’effetto ‘96 – quando Silvio Berlusconi perse le elezioni per l’assenza della Lega nella coalizione e che ottenne un exploit di consensi – ed è quello che potrebbe rappresentare oggi il partito vannacciano se lasciato libero di solcare in solitaria e in protesta i mari della destra. Perché a furia di puntare i cannocchiali al centro e di analizzare la realtà con schemi in fondo superati non si è notato come ad essere decisive nel 2027 e a spostare gli equilibri potrebbero essere le ali degli schieramenti e non è il caso del solo Vannacci.
A sinistra qualcosa sta serpeggiando fuori dallo schema del campo largo, in quella folla senza casa che è il voto d’opinione della piazza pro-Pal e di quell’attivismo nel voto referendario che un partito democratico in lotta con i cinquestelle per la guida della coalizione potrebbe non intercettare, lo stesso vale per Conte, che in fase di primarie non potrà assumere toni e posizioni da rivoluzionario, ma dovrà rispolverare l’aplomb da ex Premier. Un popolo quello delle piazze che potrebbe trovare il suo campione in Alessandro Di Battista, l’ex cinquestelle dall’anima sudamericana che del rifiuto dei compromessi ha fatto il suo marchio di fabbrica pubblico.
Come opinionista è stato la voce dei pro-Pal, la tribuna settimanale della propaganda anti-Israele, anti-Usa, anti-Trump, anti-occidente, anti tutto. Ma che nel suo vivere la politica nello stile di un perenne liceale potrebbe sul vago e sull’utopico creare più di qualche problema alla sinistra da sinistra. Il suo trampolino di lancio sembra essere l’associazione “Schierarsi” da lui fondata e di cui è Vicepresidente. Associazione che ad oggi è impegnata nella raccolta firme per abolire – a mezzo referendum – il finanziamento pubblico ai giornali, colpevoli, quelli attaccati dalla campagna social dell’associazione, di essere “sionisti”. Una bella presentazione per il mondo pro-Pal. Un movimento che si presenta giovane e puro, ma che in fondo cela dietro l’apparenza, il più vecchio e trito e usurato stile di fare politica a sinistra, quello di dirsi altro, di proclamarsi diversi rispetto agli altri.
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