A un anno esatto dalle prossime politiche, il dibattito sulla legge elettorale torna al centro della scena e rischia di ridisegnare gli equilibri del sistema. Il Rosatellum, contestato per la sua architettura ibrida e per gli effetti distorsivi, è sotto pressione proprio mentre il fronte della maggioranza si incrina con la scissione di Roberto Vannacci dalla Lega. Gli strateghi del Legislativo di Palazzo Chigi sono chiamati a raccolta per trovare una soluzione elettorale che consenta di neutralizzare l’effetto slavina della fuoriuscita del Generale.

Per lasciarlo a terra, se i sondaggi assegnano a oggi a Futuro Nazionale – o come si chiamerà il partito del Mondo al Contrario – un 2,5%, potrebbe bastare la soglia al 3%, come prefigurato. Una maggiore garanzia di affondamento può darla però solo uno scalino più alto, al 4%. Sempre che rimanga fuori dalla portata dell’ex leghista. E poi va considerato il premio di coalizione. Vannacci ne sarà fuori, siamo certi? A chi converrebbe? Al centrosinistra, di sicuro. E perciò una osservatrice acuta della politica come Flavia Perina avverte: «Piccola previsione: Vannacci terrà alti i sondaggi, farà l’accordo con Meloni (6/8 deputati nei listino), la aiuterà a ridimensionare Salvini».

Da Azione arrivano le letture più nette. Il senatore Marco Lombardo avverte: «La frantumazione della Lega può allontanare la destra più retriva e xenofoba dalla maggioranza di governo. Ma la responsabilità politica di questa scissione dovrebbe ricadere non solo su Vannacci, ma su chi, come Matteo Salvini, l’ha eletto in Europa e l’ha voluto come suo vicesegretario nazionale». E aggiunge: «Salvini si è aggrappato al “Generale” per arginare la perdita di consensi e per fermare le manovre interne al suo partito sul tema della leadership. Una linea politica fallimentare certificata da questa scissione e che ora rischia di vederli competere nel campo dell’ultradestra nazionalista e anti-europeista in stile AfD». A questa lettura si somma la voce del vicesegretario di Azione, Ettore Rosato, padre del Rosatellum: «Sulla nuova legge elettorale vediamo che cosa producono, noi abbiamo le nostre idee, ci confronteremo. Certo, se va fatta una nuova legge elettorale va fatta presto, spiegandone con chiarezza le motivazioni e provando ad avere un consenso più ampio possibile».

Sul fronte renziano, il ragionamento è diverso e spiccatamente politico. A Matteo Renzi interessa relativamente poco dove si fermerà la soglia di sbarramento. Il margine di manovra che hanno i renziani per superarlo – con l’insegna nuova fiammante della Casa Riformista – sta nell’appeal che riusciranno a esercitare su Più Europa, con il suo gruzzolo dell’1,5%, e sugli altri cespugli minori. La tentazione, per molti di loro, rimarrà quella di farsi dare un diritto di tribuna dal Pd, nei collegi dove sarà possibile. A Renzi viene attribuita una sorta di incoraggiamento morale sulla rottura Vannacci-Salvini, ma i retroscena che lo affermavano sono stati smentiti senza appello. Certamente il muro perimetrale in cui era saldamente protetto il centrodestra, con l’operazione Vannacci, conosce una breccia insperata. Alla quale gli ingegneri elettorali devono capire come porre rimedio. E dunque, nell’attesa di leggere le carte che fissano nero su bianco i punti delle nuove regole elettorali, i centristi – mutatis mutandis – si presentano in assetto variabile.

Azione spinge per una riforma plurale, che attenui il bipolarismo coatto. Più Europa rifiuta ogni deriva plebiscitaria e difende un proporzionale limpido. Italia Viva mette un altolà: nessuna riscrittura delle regole a ridosso del voto, salvo reintrodurre le preferenze. Il Partito Liberaldemocratico chiede coerenza: o proporzionale con sbarramento, o doppio turno alla francese — non gli ibridi modellati sulla convenienza del momento. L’Italia rimane in effetti, in Europa, l’unica democrazia che riscrive le regole del gioco a ogni nuova partita.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.