La guerra degli ego
Il caso Salvini-Vannacci mostra perché la politica personalizzata non ammette coppie, ma solo scissioni
Il divorzio che conferma: il duale in politica non esiste
Ci è voluto il turbo-generale per produrre l’ennesima illusione ottica della politica italiana: trasformare Matteo Salvini in un moderato. Allucinazione, appunto; perché non c’è alcuna eterogenesi dei fini, ma solo una categoria fuffa del chiacchiericcio mediatico, buona per titoli ad effetto e senza sostanza.
Non so se altri siano stati in letargo in questi anni, ma io credo che Salvini e Vannacci siano la stessa cosa, con una differenza pesante: il segretario della Lega è un Vannacci che non ce l’ha fatta fino in fondo; il generale, al contrario, è la versione senza freni della destra estrema, meglio ancora – come si legge dal suo manifesto – volutamente non moderata. Tolto il prosciutto dagli occhi, abbiamo visto quindi due specchi che riflettono la medesima immagine, fino al momento in cui uno dei due deve occupare il centro della scena. A quel punto il copione si è scritto nitidamente: il duo si è sciolto come Morgan e Bugo a Sanremo 2020, tra imbarazzi e recriminazioni.
Constatiamo quindi che in politica il duale non esiste e, quando funziona, lo fa per errore o per brevissimo tempo. La storia, infatti, parla chiaro e gli atti ancora di più: che si tratti di ticket, tandem o staffette, la coppia da matrimonio a prima vista è destinata a esplodere. È accaduto con Berlusconi-Fini, con D’Alema-Prodi e poi con Renzi-Calenda; oggi è toccato al binomio Salvini-Vannacci, che non fa eccezione ma conferma la regola. In un tempo dominato dalle primedonne, due Miss Italia non possono coesistere al primo posto; e non è una metafora sessista, piuttosto una constatazione aritmetica. Il potere, quando è personalizzato e “allucinato”, non ammette il plurale e l’Io ipertrofico non conosce inclusioni: produce solo scissioni. L’ego politico, poi, specie quando è alimentato da consenso identitario e da una retorica muscolare ed estremista – si pensi ai tratti “italici”, alle classi scolastiche per soli diversamente abili, eccetera – non tollera la condivisione del trono, ma preferisce dividere il regno, anche a costo di indebolirlo, pur di restare l’unico sovrano visibile. È qui che la vicenda Salvini-Vannacci smette di essere una faida interna e diventa una questione sistemica, perché a perderci non è solo la Lega, ma la destra nel suo complesso.
Chi l’avrebbe detto che la destra sarebbe rimasta vittima di una sindrome che per anni ha deriso come tratto genetico della sinistra: il “tanto peggio, tanto meglio”; detto in altri termini, un modo per sfasciare e far perdere tutti, scambiando la radicalità per coerenza e l’estremismo per autenticità? Eppure è accaduto anche in quel campo, e non è una buona notizia per i conservatori e, più in generale, per il panorama politico nel suo complesso.
La verità è che si continua a non fare i conti con il pericolo degli estremi, quel virus tutto italiano che porta a cercare consenso nelle estreme periferie ideologiche – termine qui usato non nell’accezione pastorale di Papa Francesco – dimenticando che il centro, in politica, non è cerchiobottismo, bensì la metafora del buon governo, il paradigma della responsabilità e la misura del possibile. Quando qualcuno prova a occupare quello spazio, o anche solo a evocarlo, scatta lo stigma: “sei democristiano”. Un insulto che sopravvive come un riflesso pavloviano, salvo poi rimpiangere quella postura quando arrivano capitani inadatti a capitanare o generali senza armata.
E non è un caso che Giorgia Meloni, dopo oltre tre anni di governo, resti sorprendentemente stabile nei sondaggi: non perché abbia rivoluzionato il Paese, ma perché ha scelto un equilibrismo al limite su tutti i dossier, da quello geopolitico a quello economico. Se da un lato questo è un limite, dall’altro il vincolo di governo ha evitato danni maggiori al Paese.
Resta un problema, e si chiama Lega, un partito enigma anche senza Vannacci. Questa Lega-che-si-slega avrebbe dovuto essere tutto fuorché questo: un partito con una classe dirigente territoriale forte, radicata, capace di governo. I suoi attuali “colonnelli” – la semantica militare, in questo caso, non è casuale – amministrano le regioni locomotive d’Italia, quelle che reggono il PIL nazionale e tengono in piedi il sistema produttivo. E allora resta il mistero: perché Luca Zaia, Massimiliano Fedriga, Attilio Fontana, Giancarlo Giorgetti non hanno mai chiesto un congresso per la guida di un partito che ha peccato di sopravvalutazione di sé? Perché hanno accettato che la Lega si trasformasse in un laboratorio permanente di propaganda, infarcito di politiche antitetiche perfino alla propria base elettorale, sacrificando governo e credibilità sull’altare dell’ego del capo?
Io la risposta non ce l’ho; nel frattempo il centrosinistra farebbe bene a fare tesoro di cosa significhi la lotta tra “miss” sul podio. Anche da quelle parti potremmo vedere, prima o poi, volare gli stracci per terra.
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