Si tiene oggi in Senato, a cura della Fondazione Luigi Einaudi, una giornata di studio per ricordare Oriana Fallaci, nel ventennale della scomparsa. La più grande penna del giornalismo italiano, che sarà ricordata con l’incontro “Il dovere della libertà – la risposta dell’Occidente al fondamentalismo islamico” ha indirizzato a una giornalista il suo lascito morale. Una giornalista donna, come lei. E come lei, toscana. Parliamo di Fiamma Nirenstein, formatasi sugli articoli di Fallaci e dalla quale ricevette numerose e affettuose lettere di stima.

Il Riformista ha avuto accesso, nell’ambito dei lavori che saranno presentati oggi in Senato, a un carteggio inedito. Ne emerge la fotografia di una prossimità intellettuale quasi intima, a dispetto delle storie e delle distanze che separavano le due autrici. Fu Oriana Fallaci, dopo aver letto un reportage di Fiamma Nirenstein da Jenin. Era l’aprile 2002, in piena Seconda Intifada. Poche settimane prima, tra il 3 e il 18 aprile, l’esercito israeliano aveva condotto l’Operazione Scudo Difensivo nel campo profughi di Jenin, in Cisgiordania — uno degli episodi più controversi e mediaticamente devastanti di quel periodo, sul quale si scatenò una guerra di narrazioni internazionale, con accuse di “massacro” poi puntualmente ridimensionate dalle inchieste dell’ONU. Cicli che si ripetono.

Nirenstein era lì, già allora, come corrispondente da Gerusalemme, e aveva scritto un reportage che Fallaci definisce con entusiasmo incontenibile un “capolavoro” e uno dei più bei pezzi di giornalismo di guerra che avesse mai letto. Il particolare elogio per “l’attacco sui gelsomini” —un’immagine poetica e concreta insieme, tipica del grande reportage — rivela l’occhio di Fallaci scrittrice oltre che giornalista: apprezza il dettaglio sensoriale nel mezzo della guerra. È in una seconda missiva che Fallaci scrive a Nirenstein che si possono ritrovare dettagli interessanti sullo spirito con cui la grande Oriana viveva quegli anni esiziali, consapevole della sua malattia.

«Cara, cara, Fiammaquando voglio esprimere affetto o ammirazione o entrambe, io regalo antichi libri. Così, dopo la nostra bella telefonata, sono corsa da Argosy. Gli ho buttato all’aria tutto e ho trovato questo seicentesco trattato che m’è parso adatto per la mia complice di Gerusalemme. (Sembra che la rarità stia nella pubblicazione in inglese. A quel tempo l’inglese non era di moda). E mi raccomando: io non parlo per parlare. I really mean it when I say that if you need a place to stay when in New York, nella mia brownstone in E61st c’è a terreno un appartamento vuoto. Non molto fornito (il telefono ci manca e la TV non funziona) ma comodo, indipendente cioè con la sua porta, nonché grazioso. Romantico. OK? E quanto sono contenta che grazie al libro il nostro incontro sia avvenuto. Che quell’articolo splendido, generoso, perfetto nella forma e nella sostanza, abbia bucato il muro (d’acciaio) della mia scorbuticità, anzi: del mio caparbio esilio. Davvero scrive come scrive anche per colpa mia? Davvero sono la sua “mamma spirituale”? Se sì, questo mi dà una gran gioia. Mi consola profondamente. Mi fa guardare alla inevitabile vittoria dell’Alieno con più serenità. Proprio come una mamma che lascia una figlia, sia pure adottiva. In tal caso, però, mi raccomando! Take care of yourself. Specialmente costà. Un grande abbraccio, Oriana».

Più che una lettera di stima, il conferimento di un riconoscimento di rara intensità: un autentico passaggio di testimone tra due protagoniste coraggiose e instancabili della stessa battaglia. Quella per suonare la sveglia a un Occidente smarrito. Da Firenze a New York, via Gerusalemme.

 

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.