Luigi Marattin, economista ed ex deputato, è il leader del Partito Liberaldemocratico. Già presidente della commissione Finanze della Camera, da anni è tra i promotori di un’area liberale, riformista ed europeista alternativa ai due poli tradizionali.

Il PLD debutta alle amministrative con risultati incoraggianti. Siete soddisfatti?
«Abbiamo presentato lista e simbolo solo dove eravamo davvero pronti: a Frattamaggiore e Manduria, due comuni del Sud da circa trentamila abitanti. In un caso abbiamo ottenuto il 7,83%, nell’altro l’8,12%. In altre realtà eravamo dentro coalizioni centriste più ampie: dal 3% di Macerata fino al 27,5% di Viareggio. Tra i risultati più incoraggianti considero il 6,83% ottenuto da Jonathan Targetti a Prato. In questa tornata, aspettando i ballottaggi, abbiamo eletto quattro nuovi consiglieri comunali che si aggiungono ai circa cento amministratori locali già espressione del PLD. Non è poco per un partito nato appena un anno fa e senza alcuna copertura mediatica».

Il PLD ha corso in coalizioni molto diverse. Pragmatismo territoriale o tentativo di costruire una forza non rigidamente schierata?
«Nelle realtà locali contano meno le prigioni ideologiche del bipolarismo nazionale. Noi siamo quasi sempre stati dentro coalizioni esterne ai due blocchi tradizionali, salvo alcune eccezioni. A Manduria e Marsala abbiamo sostenuto candidati civici e liberali che poi hanno ricevuto l’appoggio dei partiti. Entrambi sono stati eletti al primo turno. È il segnale che si può vincere partendo dal centro, dalle persone competenti e liberali».

A Venezia entrate nella maggioranza che sosterrà Simone Venturini. Quanto pesa questa responsabilità?
«Abbiamo sostenuto senza esitazioni Simone Venturini, un candidato civico che aveva ottenuto da subito il sostegno convinto del centrodestra. È stata la prima tappa del mio tour elettorale e sono rimasto colpito dalla sua competenza e umiltà. Sono convinto che sarà un grande sindaco e anche un protagonista della politica nazionale. Noi gli daremo una mano, nella forma che riterrà più utile».

Queste amministrative dimostrano che il bipolarismo, almeno nei territori, non esiste più?
«Io penso sia sbagliato trarre conseguenze nazionali automatiche dalle amministrative. Gli elettori votano pensando al sindaco, non a Schlein o Meloni. Ma il bipolarismo, agli occhi del Partito Liberal Democratico, è già morto da tempo. Basta guardare un talk show: ormai il messaggio politico è soltanto “votate noi così non vincono gli altri”. Francamente mi sembra un livello molto povero di proposta politica e culturale».

Le liste civiche e moderate sembrano avere premiato più dei partiti tradizionali. È la crisi definitiva delle vecchie identità politiche?
«Le identità politiche tradizionali sono finite da tempo. Il centrosinistra dell’Ulivo o il Pd di Renzi avevano programmi che oggi verrebbero definiti quasi eretici dalla sinistra contemporanea. Lo stesso vale per il centrodestra: quello di Berlusconi non ha nulla a che vedere con Salvini e Vannacci. Oggi esistono due aggregati che stanno insieme soprattutto per impedire la vittoria dell’altro campo. E questo produce inevitabilmente contraddizioni enormi».

Esiste un elettorato liberale riconoscibile o continua a essere disperso nei due schieramenti?
«L’elettorato liberale esiste ed è forte. Aspetta soltanto un’offerta politica unitaria, stabile e credibile. Il problema è che quest’area è stata troppo spesso frammentata da personalismi ed ego».

Quale lezione dovrebbero trarre da questo voto il governo e l’opposizione?
«Il Campo largo dovrebbe evitare di dividersi i ministeri ogni volta che vince un referendum. È già successo nel 2011 e sta accadendo di nuovo oggi. Il governo Meloni, invece, dovrebbe capire che la logica del “sommiamo tutto pur di vincere” rischia di produrre due effetti: allontanare l’elettorato liberale e moderato e rafforzare figure come Vannacci dentro la coalizione».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.