Sembra che il partito di Vannacci sia destinato a crescere nei sondaggi a seguito di importanti trasmigrazioni a suo favore che si profilano all’orizzonte. Il generale pare certo di poter raccogliere molti consensi trasversali, offrendo una ciambella di salvataggio a sbandati e delusi provenienti da altri partiti politici. Spesso si tratta di personaggi senza fissa dimora politica, abituati a trasmigrare da uno schieramento o da un partito all’altro per poter conseguire utilità politiche contingenti. Il fenomeno conferma ancora una volta la crisi d’identità che connota un sistema politico in cui l’opportunismo la fa da padrone.

Il randagismo politico diventa virale

Il “randagismo politico” è certamente imputabile anche all’affermarsi di partiti personali, senza bandiere, né culturali né politiche. Di ciò non c’è da scandalizzarsi. Anche ai tempi della Repubblica dei partiti, efficacemente analizzata da Pietro Scoppola, si verificavano delle trasmigrazioni politiche. Ma quasi sempre si trattava non tanto di fenomeni di trasformismo quanto di vere e proprie crisi identitarie avvenute all’interno dei gruppi dirigenti dei partiti. Non si trasmigrava tanto allo scopo di trovare candidature più vantaggiose quanto per contestare indirizzi politici, all’interno dei partiti, che si ritenevano inaccettabili.
In molti casi, insomma, non si trattava di improvvise diserzioni politiche ma di vere e proprie scissioni. Nulla di tutto ciò caratterizza le mutazioni che intervengono negli attuali schieramenti, in cui il fenomeno del “randagismo politico” sembra avere un carattere virale. Cambiare partito per garantirsi una rielezione è diventata una pratica tutto sommato tollerata. La gente pare essersi rassegnata ad accettare un modello di partito dall’identità politica labile e dal radicamento territoriale sempre più sbiadito.

Il commercio delle appartenenze politiche è tipico di una società dai valori negoziabili, in cui opportunità e vantaggio rappresentano la bussola, non solo degli orientamenti politici ma anche delle convinzioni morali. Tenuto conto di ciò, oggi più che in passato pare necessario impegnarsi in politiche educative che consentano di promuovere la partecipazione e di padroneggiare gli strumenti della democrazia. Occorre affermare con fermezza che non possono esistere politiche educative efficaci senza promuovere anche una educazione alla politica, intesa come attività finalizzata all’esercizio consapevole di tutto ciò che ha a che fare con l’interesse pubblico. I partiti privatizzati, dal punto di vista valoriale, hanno creato un deserto in cui, sul terreno delle collocazioni politiche, si può passare impunemente da un campo all’altro, con la convinzione che anche in politica valgano le stesse regole che disciplinano la concorrenza nel mondo degli affari, dove tutto si può vendere e comprare. Soprattutto in questo momento c’è bisogno di potenziare circoli, organizzazioni e fondazioni che riescano a mobilitare la società civile perché l’educazione politica non sia riservata soltanto a delle élite acculturate, ma messa a disposizione di un’opinione pubblica disposta a partecipare, quando il valore della posta in gioco pare realmente rilevante. Di fronte ad una decadenza della politica, sembra che qualcosa si stia muovendo nell’universo giovanile, sempre più interessato al mondo delle idee e della cultura politica. Non si tratta di una manifestazione di interesse da parte dei giovani verso la “politica politicante”, bensì di un desiderio di capire la reale posta in gioco che sta alla base dei conflitti politici.

È importante, oggi più che mai, di fronte ad una profonda crisi della politica, essere consapevoli che fare educazione significa fare politica. L’obiettivo non è quello di avere studenti politicanti, ma giovani interessati alle buone idee che la politica può promuovere, capaci di padroneggiare gli strumenti attraverso i quali si può garantire un efficace governo della polis. La partecipazione di tanti giovani alla campagna referendaria sulla giustizia e l’interesse manifestato per la difesa della Costituzione, costituiscono una buona notizia che non può non essere posta alla base delle politiche educative. Occorre, insomma, la consapevolezza che non può esistere un’efficace educazione senza fare politica, senza cioè occuparsi degli interessi collettivi. Soprattutto, va combattuto il convincimento diffuso secondo cui l’interesse pubblico, essendo di tutti, finisce con l’essere interesse di nessuno.