Mercoledì 10 giugno, a Otto e mezzo, si doveva forse mettere Roberto Vannacci alle strette. Missione curiosamente riuscita al contrario: il Generale è entrato da caso politico ed è uscito da prodotto televisivo, con confezione patriottica, slogan incorporato e profilo da “destra autentica”. Perfino la domanda sulla fedeltà coniugale — «È un marito devoto, fedele?» — pareva meno giornalismo che casting per il santino familiare. A una donna leader, con ogni probabilità, una domanda simile verrebbe archiviata come incursione nel privato; a lui è diventata cornice morale, quasi un timbro di affidabilità domestica.

Il punto non è se Vannacci sia fedele, devoto, severo o paterno: il punto è che un’intervista dovrebbe togliere la vernice, non lucidare il cofano. Il mondo al contrario non andrebbe citato come oggetto mitologico, né come reliquia fondativa del populismo in anfibi: andrebbe letto riga per riga, contestando le tesi su omosessualità, migranti, donne, identità, “normalità”. Non per censurarlo, ma per fare il mestiere più antico del giornalismo: verificare, incalzare, smontare. Invece il racconto si è spostato sul personaggio: “il traditore di Salvini”, “l’uomo che svuoterà la Lega”, “l’assaltatore della destra”: un bellissimo trailer.

Otto e mezzo possiede un talento quasi artigianale: invita un politico per smascherarlo e finisce per regalargli il fondale. Vannacci parla per blocchi: patria, famiglia, sicurezza, immigrazione, sovranità. Ripete, scolpisce, semplifica. Mentre il salotto tenta la domanda morale, lui porta a casa la scena. Non deve convincere Gruber, né i suoi critici: deve parlare a chi vuole sentirsi dire che basta un Generale, possibilmente in pensione, a rimettere il mondo sull’attenti. Resta fuori campo ciò che disturberebbe la cartolina. L’uomo che si presenta come anti-sistema è stato un Generale, dentro l’Esercito di un Paese Nato, e oggi fa il putiniano nel gruppo europeo dell’ultradestra sovranista. La Reuters ha descritto il suo partito come anti-Ue e filorusso. Dettaglio minuscolo: come trovare un elefante in corridoio e chiedergli se preferisce il parquet. Se il tema è la destra identitaria che nasce o rinasce, quella collocazione europea non è una nota a piè di pagina: è la pagina.

Altro quadretto da appendere nel museo dell’anti-casta è la pensione: l’ex Generale è andato in pensione a 56 anni, con un assegno stimato attorno ai 5mila euro netti mensili, cumulabile con l’indennità da europarlamentare. Tutto legale, per carità, ma il privilegio legale resta privilegio, soprattutto quando chi lo incassa predica sacrificio, ordine e disciplina. Il cittadino comune aspetta quota miracolo, il tribuno identitario scopre che lo Stato matrigna sa diventare zia generosa quando hai i gradi giusti. E poi c’è la Decima Mas, evocata nello spot elettorale con la grazia storica di chi accende petardi in archivio. Vannacci ha precisato, distinto, corretto: ma in politica i simboli non cadono dal cielo. Si scelgono, si pesano. Se giochi con una X così carica, non puoi poi fingere di essere inciampato in una schedina del Totocalcio. I nostalgici dichiarati almeno non pretendono che sia solo calligrafia.

Ecco perché quella puntata è sembrata uno spot: non perché Gruber simpatizzi per Vannacci, ma perché la drammaturgia televisiva ha fatto il suo gioco. Ha trasformato un confronto politico in un ring, e nei ring vince chi ha il colpo più semplice. La domanda vera non è se Vannacci sia fedele alla moglie; è se il giornalismo sia ancora fedele al proprio mestiere: contestare il potere, non offrirgli la controluce migliore.