Le norme “forcaiole” e “manettare”
Il doppio binario della giustizia non esiste, Gruber (con Vannacci) mescola realtà e ideologia: per i colletti bianchi pene a dismisura
Chiunque analizzi con un minimo di attenzione le riforme approvate negli ultimi anni non può non rilevare una tendenza costante: il progressivo irrigidimento della disciplina dei reati contro la pubblica amministrazione
A poco più di un anno dalla fine della legislatura, il governo di centrodestra ha sostanzialmente confermato tutte le norme “forcaiole” e “manettare” per contrastare i reati contro la Pubblica amministrazione che erano state approvate nella scorsa legislatura. E questo nonostante il mainstream affermi l’esatto contrario e quindi che cosiddetti “colletti bianchi” godrebbero di una sostanziale impunità. Secondo questa narrazione, chi commette reati contro la pubblica amministrazione beneficerebbe di trattamenti di favore, prescrizioni salvifiche e pene sostanzialmente simboliche. In altre parole, esisterebbe una sorta di doppio binario della giustizia: severa con i reati comuni, indulgente con quelli commessi nei palazzi del potere.
È una rappresentazione suggestiva, capace di alimentare indignazione e consenso politico, ma sempre più difficile da conciliare con l’evoluzione concreta del diritto penale italiano. Chiunque analizzi con un minimo di attenzione le riforme approvate negli ultimi anni non può non rilevare una tendenza costante: il progressivo irrigidimento della disciplina dei reati contro la pubblica amministrazione. Corruzione, concussione, peculato, induzione indebita sono stati oggetto di una sequenza pressoché ininterrotta di interventi legislativi che hanno aumentato a dismisura le pene, ampliato i poteri investigativi dell’autorità giudiziaria e aggravato le conseguenze della condanna.
Il legislatore, di qualsiasi colore, ha scelto da tempo di collocare la lotta alla corruzione tra le priorità assolute della politica criminale dello Stato. Una svolta significativa si è avuta già con la legge Severino del 2012, che il centrodestra voleva inizialmente abrogare, che ha profondamente modificato la disciplina della corruzione e introdotto un sistema di incandidabilità e decadenza dalle cariche pubbliche destinato a incidere ben oltre il processo penale. Successivamente, la legge 69 del 2015 ha ulteriormente aumentato le pene per numerosi delitti contro la pubblica amministrazione. Risultato? Allungamento dei termini di prescrizione, aumento della possibilità di applicare misure cautelari e difficolta di accesso ai riti alternativi.
La vera cesura, tuttavia, è rappresentata dalla legge 3 del 2019, la cosiddetta “Spazzacorrotti” con cui si è compiuto un salto culturale prima ancora che normativo. La corruzione non è stata più considerata soltanto un reato contro il buon andamento della pubblica amministrazione, ma addirittura una minaccia sistemica per la democrazia e per il corretto funzionamento delle Istituzioni, ed il trattamento sanzionatorio è stato avvicinato a quello previsto per la mafia ed il terrorismo. E come non citare l’utilizzo del captatore informatico, il cosiddetto trojan, strumento investigativo estremamente invasivo, capace di trasformare uno smartphone in una microspia fino ad allora utilizzato solo nel contrasto alla mafia. È difficile allora sostenere che un ordinamento che consente l’utilizzo di uno degli strumenti investigativi più incisivi disponibili stia mostrando particolare indulgenza nei confronti dei “colletti bianchi”.
Ma non è tutto. Uno degli argomenti più frequentemente utilizzati per sostenere la tesi dell’impunità riguarda l’esecuzione della pena. Si afferma spesso che i responsabili di reati contro la pubblica amministrazione, anche quando condannati, riuscirebbero comunque a evitare il carcere grazie a benefici e misure alternative, dimenticando che sempre con la riforma del 2019, numerosi di questi reati sono stati inseriti tra quelli soggetti alla disciplina ostativa. Esiste inoltre un dato politico che raramente viene sottolineato. L’inasprimento della disciplina dei reati contro la pubblica amministrazione non è stato il prodotto di una sola maggioranza o di una sola stagione politica.
Governi di orientamento diverso hanno contribuito, nel tempo, a costruire un impianto repressivo sempre più severo. Si tratta probabilmente di uno dei pochi settori nei quali è possibile individuare una sostanziale continuità legislativa al di là delle appartenenze partitiche. Anche il governo Meloni, pur avendo abolito il reato di abuso d’ufficio, non ha modificato l’architettura costruita negli anni precedenti in materia di corruzione, concussione e peculato. Le pene elevate, gli strumenti investigativi rafforzati e il regime particolarmente rigoroso dell’esecuzione penale sono rimasti, come detto, invariati. Per questo motivo, continuare a descrivere il sistema italiano indulgente verso i colletti bianchi, come ha fatto l’altra sera Lilli Gruber intervistando Roberto Vannacci, rischia di trasformarsi in un esercizio ideologico più che in un’analisi della realtà.
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