Giustizia
Flop Nordio: quattro anni di tante promesse e nessuna rivoluzione. Nel centrodestra cresce il malumore
E ora anche il rinvio dell’entrata in vigore del giudice collegiale per le misure cautelari. Lo ha deciso il Consiglio dei ministri di questa settimana. Se si dovesse riassumere in una parola l’azione del Ministero della Giustizia guidato da Carlo Nordio, quella parola potrebbe essere “inconcludenza”. A quasi quattro anni dall’insediamento del governo, il bilancio appare ben lontano dalle aspettative che avevano accompagnato l’arrivo a via Arenula dell’ex magistrato veneziano. Nordio era stato presentato come il ministro destinato a cambiare davvero la giustizia italiana. Forte della sua esperienza in magistratura e di una dichiarata visione liberale del processo penale, avrebbe dovuto realizzare quella svolta invocata da anni da una parte consistente del centrodestra. A distanza di tempo, però, la sensazione è che il cantiere, come avviene in Calabria, sia rimasto sostanzialmente fermo.
Flop Nordio: tante promesse, nessuna rivoluzione
L’unico intervento di rilievo che il governo è riuscito a portare a termine è stata l’abrogazione dell’abuso d’ufficio. Una scelta politicamente significativa, ma che da sola non può rappresentare l’intera stagione riformatrice di un Ministero che aveva promesso di rivoluzionare il sistema giudiziario. Per il resto, quasi tutti i dossier si sono arenati. Spiaggiati. Tralasciando la separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante, destinata dopo il flop del referendum costituzionale a rimanere in un cassetto per i prossimi venti anni, i tanti interventi che avrebbero potuto correggere le storture del sistema sono finiti su un binario morto. È il caso della disciplina dei trojan e del sequestro degli smartphone, strumenti che vengono trattati come semplici telefoni, quando in realtà custodiscono una quantità enorme di dati personali e professionali, spesso accessibili senza adeguate garanzie.
Emblematica, in questo senso, è la vicenda del giudice collegiale per le misure cautelari. L’ennesimo rinvio della sua entrata in vigore rappresenta l’immagine di una macchina riformatrice che gira a vuoto. Paradossalmente, la maggior parte delle novità più rilevanti approvate negli ultimi anni, come i limiti temporali alle intercettazioni per evitare il loro protrarsi indefinito, è maturata grazie all’iniziativa parlamentare e all’impulso di Forza Italia. Enrico Costa, Pietro Pittalis e Pierantonio Zanettin (solo per fare qualche nome fra gli azzurri) hanno rappresentato il motore delle proposte di modifica, lasciando l’impressione che il Ministero abbia seguito più che guidato il processo riformatore.
Anche alcune innovazioni avviate durante il governo Draghi sono scomparse dai radar. È il caso del tribunale della famiglia, progetto che avrebbe dovuto razionalizzare competenze e procedure in un settore molto delicato. I sostenitori – pochi – del ministro ricordano il lavoro svolto sui concorsi per aumentare l’organico della magistratura. Ma anche questo risultato rischia di perdere valore se non viene accompagnato da un rafforzamento complessivo della macchina giudiziaria. A cosa serve incrementare il numero dei magistrati se poi mancano cancellieri, assistenti giudiziari e personale amministrativo? Un tribunale non funziona soltanto con i giudici, così come un esercito non può essere composto esclusivamente da generali. Ancora più evidente appare il ritardo sul fronte dell’edilizia penitenziaria e del sovraffollamento carcerario. Le condizioni degli istituti di pena restano pessime, e i posti disponibili sono persino diminuiti.
E nel centrodestra cresce il malumore
Nel centrodestra, intanto, il malumore cresce. Soprattutto all’interno di Forza Italia, dove molti si aspettavano un cambio di passo più deciso, in linea con la tradizione garantista del partito fondato da Silvio Berlusconi. Anche il rinvio della riunione di maggioranza dedicata ai temi della giustizia, inizialmente prevista per mercoledì scorso, conferma la situazione di confusione. Il rischio è che, al termine della legislatura, l’eredità politica del ministro Nordio venga ricordata non per le riforme realizzate, ma per quelle annunciate e mai portate a termine. Un gigantesco rendering rimasto tale. Per un governo che aveva fatto della giustizia uno dei suoi principali cavalli di battaglia, sarebbe un fallimento difficile da spiegare. Ciliegina sulla torta: a ottobre i circa diecimila magistrati italiani eleggeranno i ventidue componenti togati del Consiglio superiore della magistratura con una legge elettorale fatta per favorire le correnti organizzate dell’Anm. Tutti lo sanno. Nessuno poi si lamenti.
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