Giustizia
Dopo il No al referendum, il Governo ha cambiato interlocutore: il tavolo con ANM e CNF c’è stato ma i penalisti non erano invitati
Il 23 maggio, al Teatro Eliseo di Roma, l’Unione delle Camere Penali ha tenuto la sua assemblea straordinaria. Straordinaria nel nome. Ordinaria — anzi, meno che ordinaria — nei fatti. Nessuna registrazione degli atti, nessun congresso vero, nessuna elaborazione degli errori. La giunta confermata per acclamazione. Dal palco, la tesi condivisa: non è il momento di interrogarsi. Freud lo chiamava rimozione: ciò che è troppo doloroso da nominare viene semplicemente sepolto. La parola «sconfitta» è rimasta fuori dalla porta del Teatro Eliseo. E si è tornati a parlare di convegni, di osservatori, di comitati — strumenti che lasciano il tempo che trovano, e qualche carta intestata.
L’avvocatura penalista merita rispetto autentico: in questi anni ha tenuto in vita, quasi da sola, un dibattito sul giusto processo che altrove sarebbe già morto. Ma l’UCPI rischia di essere diventata un hortus conclusus — un giardino ben curato, con mura però troppo alte per parlare con chi sta fuori. La magistratura associata, nel bene e nel male, ha saputo comunicare. L’avvocatura penalista, pur avendo dalla sua le ragioni migliori, è rimasta dentro le proprie mura. E il Paese non ha capito perché dovesse importargliene.
Fuori dal Teatro Eliseo, il panorama è cupo. Nordio, ieri a margine dell’assemblea di Confindustria, ha liquidato in una frase la responsabilità civile dei magistrati: «Non è all’ordine del giorno e per quanto mi riguarda non lo sarà». Il segnale è limpido: dopo il No referendario il Governo ha cambiato interlocutore. Il tavolo con ANM e CNF c’è stato. I penalisti non erano invitati. Nordio non convoca l’UCPI perché l’UCPI, in questo momento, non gli serve.
Rimane aperta la domanda più scomoda: le Camere Penali rappresentano davvero lo spirito dell’intera avvocatura penalista italiana? O rispecchiano, almeno in parte, una cerchia che si è troppo a lungo parlata addosso? L’autoreferenzialità, si sa, non è solo un vizio della magistratura. Santayana ammoniva che chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo. Chi lo rimuove, invece, non sta guardando avanti: sta semplicemente aspettando di perdere ancora. Forse è solo sonno, questo torpore post-referendario. Ma il sonno del Gattopardo, come insegnava Tomasi di Lampedusa, non prelude al risveglio. Prelude al prossimo ballo in maschera.
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