La sentenza n. 58 depositata nei giorni scorsi dalla Corte Costituzionale afferma una cosa semplice, ma nel contesto italiano quasi rivoluzionaria: il Pubblico ministero deve cercare anche gli elementi di prova che possano smentire la propria stessa ipotesi, valutando con attenzione le tesi della difesa. Non è una novità teorica. È, anzi, un principio scolpito nella cultura costituzionale del processo penale. Eppure, proprio perché ribadito oggi con tanta nettezza, suona come una smentita implicita di una prassi che negli anni si è consolidata in senso opposto.

La Consulta richiama inoltre un altro punto decisivo: le argomentazioni della difesa devono essere valutate sin dalle fasi iniziali del procedimento. Non come un fastidio formale da superare, ma come un elemento essenziale per verificare la tenuta dell’impianto accusatorio. In altre parole, il processo non può essere una ratifica progressiva di una tesi già scritta (teorema), ma deve restare un luogo di verifica reale. È qui che la pronuncia assume un significato che va oltre il singolo caso. Perché quei princìpi erano già al centro della riforma Cartabia, che mirava a responsabilizzare il Pubblico ministero e a rafforzare i filtri contro impostazioni deboli o unilaterali. E allora la domanda diventa inevitabile: se quei princìpi erano già scritti nella riforma, perché è servita una nuova, forte presa di posizione della Corte Costituzionale? La risposta, per quanto scomoda, riguarda la distanza tra norme e prassi. Nel funzionamento concreto del sistema, il rapporto tra il Pubblico ministero, Giudice per le indagini preliminari (Gip) e Giudice dell’udienza preliminare (Gup) tende troppo spesso a tradursi in una filiera che difficilmente metta davvero in discussione l’impostazione accusatoria. Non è una regola assoluta, ma è una percezione diffusa e difficilmente liquidabile come semplice polemica.

In questo senso, la sentenza n. 58 finisce per illuminare retrospettivamente anche il dibattito sul referendum del 23 marzo scorso. Perché se oggi la Consulta richiama con forza la necessità di un Pubblico ministero imparziale e di un’effettiva considerazione delle ragioni della difesa, diventa difficile sostenere che le riforme orientate in quella stessa direzione fossero sbagliate o addirittura pericolose. Anzi, si potrebbe sostenere il contrario: che proprio il mancato o incompleto recepimento di quei princìpi abbia reso necessario l’intervento della Corte. Questo non significa trasformare una sentenza in un’arma politica. Significa però riconoscere un dato: tra chi invoca la Costituzione come principio astratto e chi cerca di tradurla in meccanismi concreti di equilibrio processuale a tutela del cittadino, non c’è coincidenza. La Consulta, infatti, si preoccupa di non dar vita a processi “superflui”, che comportano gravi conseguenze, morali, economiche, reputazionali, per il cittadino imputato. Il processo a tutti i costi, quando non vi sia una prevedibile condanna, non solo rappresenta un inutile spreco di risorse per un sistema giudiziario, già con limiti precisi di adeguata funzionalità, ma rappresenta – afferma la Corte – “una irragionevole compressione dei diritti costituzionali (personali e patrimoniali) degli imputati, la cui esistenza è sempre sconvolta dalla pendenza di un processo penale, che spesso determina altresì gravi pregiudizi alla loro vita professionale e relazionale”.

La decisione della Corte Costituzionale non chiude il dibattito. Lo riapre. E lo fa nel modo più netto possibile: ricordando che un processo giusto non è quello in cui l’accusa vince, ma quello in cui la verità viene cercata anche contro l’accusa stessa. E allora c’è da chiedersi: dove sono le proposte dei sostenitori del No alla riforma nel referendum promesse durante la campagna referendaria? Sono rimaste lettera morta, smascherando la natura politicista di quel No, diretto solo a colpire il governo, trascurando la necessità, che ora la Corte Costituzionale ha richiamato con fermezza, di riformare il sistema giudiziario, per renderlo più efficiente, più democratico, più coerente al principio del giusto processo. E così, col passare del tempo, si rafforza la convinzione che quel No non ha aperto una fase nuova, ma ha avuto un riflesso conservatore, che ha finito per conservare l’esistente, un sistema cioè non coerente con una democrazia matura.

Antonio Bargone

Autore