L’Italia torna protagonista in Libia e si occupa subito del tema che considera più utile: il controllo dei flussi. A Palazzo Chigi si è tenuta una riunione tra rappresentanti di Italia, Libia, Qatar e Turchia per verificare lo stato di avanzamento del lavoro tecnico e per definire i prossimi passaggi verso un progetto pilota destinato a una sala operativa congiunta a Tripoli. La formula scelta non è neutrale e non è soltanto diplomatica. Se davvero il piano entrerà nella fase attuativa, la struttura dovrà assistere le autorità libiche nella gestione dei flussi migratori irregolari e nel coordinamento contro le reti di trafficanti di esseri umani che continuano a fare del Mediterraneo centrale una frontiera porosa, redditizia e militarizzata.

Migranti, il piano Italia-Libia-Qatar-Turchia per il controllo dei flussi

Il punto politico, però, non è soltanto ciò che nasce oggi. È anche la traiettoria che porta a questo passaggio. Le fonti turche confermano che il 1° agosto scorso a Istanbul si è svolto un vertice tra Giorgia Meloni, Recep Tayyip Erdoğan e il premier libico Abdulhamid Dabaiba, incentrato sul rafforzamento della cooperazione migratoria, sul contrasto ai trafficanti e sulla prosecuzione immediata del lavoro tecnico. Quel vertice, tuttavia, risulta sui media di Ankara come trilaterale, non quadrilaterale. Ed è qui che la grammatica del potere conta quanto la sostanza: il Qatar compare con chiarezza nel formato successivo, quello consolidato a Roma, segno che il tavolo si è allargato nella fase esecutiva e non necessariamente in quella originaria. Ora entrambi gli sponsor dei Fratelli musulmani libici sono in campo. Non è un dettaglio. Perché quando si parla di Libia, ogni allargamento di formato è un messaggio. Alla Ue, che da anni oscilla tra moralismo verbale e impotenza pratica. Alla Francia, spesso tentata dalla rendita geopolitica più che dalla stabilizzazione. E anche alle organizzazioni internazionali, che denunciano le condizioni sul terreno ma raramente incidono sugli equilibri reali di sicurezza. L’Italia, invece, sceglie una linea diversa: presidiare il dossier, negoziare con gli attori che contano davvero a Tripoli e costruire una infrastruttura di gestione che riduca almeno una parte del caos. Resta il problema di fondo, che nessuna sala operativa potrà cancellare da sola. Esternalizzare il controllo dei flussi verso la Libia significa delegare a un Paese fragile una quota crescente della sicurezza di frontiera europea. Ma significa anche riconoscere una verità scomoda: senza un’interlocuzione robusta con Tripoli e con i suoi sponsor regionali, il Mediterraneo centrale continuerà a essere governato dall’emergenza, dai trafficanti e dalla propaganda.

Non solo controllo delle frontiere

Per questo, la novità di Palazzo Chigi va letta senza ingenuità ma anche senza ipocrisie. Non siamo davanti alla soluzione del problema migratorio. Siamo davanti al tentativo di mettere ordine in un quadrante dove l’Europa ha spesso parlato troppo e governato troppo poco. L’analista libico Ahmed Zaher, intervistato dal Riformista, ha spiegato che “il vero paradosso è che l’Italia, a causa dell’assenza di uno Stato libico realmente sovrano e coeso, si trova oggi costretta a coordinarsi con attori regionali come Qatar e Turchia – Paesi lontani migliaia di chilometri dal Mediterraneo centrale – per gestire un problema che dovrebbe teoricamente riguardare soprattutto Roma e Tripoli. Questo, di per sé, rappresenta una prova del fallimento della strategia europea e italiana adottata negli ultimi anni verso la Libia: una strategia che ha privilegiato la gestione dell’emergenza rispetto alla costruzione dello Stato. Inoltre, i flussi migratori non dipendono soltanto dal controllo delle frontiere, ma anche da fattori strutturali di spinta e attrazione: guerre, povertà, cambiamenti climatici e reti economiche transnazionali. In una Libia frammentata, caratterizzata da molteplici centri di potere e da una sovranità incompleta, nessun attore può offrire garanzie stabili su questo dossier. Per questo ogni intesa rischia di restare fragile, temporanea e legata agli equilibri del momento. La realtà è che si continua a gestire il caos senza affrontarne le cause profonde. E la differenza tra gestire la crisi e risolverla è precisamente ciò che oggi separa la stabilità funzionale dalla costruzione di uno Stato vero”.