In primavera gli elettori saranno chiamati alle urne per il rinnovo del Parlamento e, allo stato attuale, l’esito del voto appare tutt’altro che scontato. Né il centrodestra né il cosiddetto Campo largo possono oggi considerare acquisita la vittoria. Il primo nodo da sciogliere riguarda la nuova legge elettorale. Il confronto tra maggioranza e opposizione procede secondo la logica del muro contro muro e il dialogo parlamentare appare pressoché inesistente. Una scelta che non giova neppure alle opposizioni, arroccate sulle proprie posizioni e indisponibili a un confronto. Anche nella maggioranza, tuttavia, non mancano profonde divisioni. Il terreno di scontro è quello delle preferenze.

Giorgia Meloni si è detta favorevole alla loro reintroduzione, mentre Antonio Tajani e Matteo Salvini continuano a manifestare forti resistenze. Il motivo è noto: le preferenze rafforzano il rapporto tra eletto ed elettore e rendono più difficile il ricorso ai candidati “paracadutati”, scelti dalle segreterie nazionali e privi di un reale radicamento territoriale. L’ipotesi che prende forma è quella di un sistema proporzionale corretto da un premio di maggioranza, ma privo delle preferenze, con l’obiettivo di garantire che, al termine dello scrutinio, emerga con chiarezza una coalizione vincente. L’impianto resta quello del bipolarismo: individuare chi governa e chi siede all’opposizione. Tertium non datur. Un sistema che, di fatto, obbliga i partiti a coalizzarsi prima del voto. Il premio di maggioranza dovrebbe assicurare la stabilità dell’esecutivo, pur senza eliminare del tutto il rischio dei cambi di casacca nel corso della legislatura. Inoltre, all’interno dei due principali schieramenti potrebbero convivere più forze politiche, determinanti per l’assegnazione del premio e, quindi, per la vittoria finale del centrodestra o del centrosinistra.
Il punto più controverso resta però l’assenza delle preferenze.

Da un lato, essa rischia di ampliare ulteriormente la distanza tra cittadini e partiti; dall’altro, potrebbe alimentare l’astensionismo, rafforzando la convinzione che gli elettori non possano scegliere direttamente i propri rappresentanti. I sostenitori delle liste bloccate sostengono che l’eliminazione delle preferenze riduca il rischio di voto di scambio e di pratiche clientelari. È un argomento che merita attenzione, ma che trova una parziale smentita nell’esperienza delle elezioni comunali e regionali, dove il voto di preferenza è in vigore da anni e i casi di irregolarità restano, nel complesso, circoscritti. Le elezioni del 2027 assumeranno inoltre un significato che va ben oltre la scelta del prossimo governo. Nel febbraio 2029 scadrà infatti il secondo mandato del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il nuovo Parlamento sarà chiamato a eleggerne il successore.

Se il centrodestra conquistasse una solida maggioranza parlamentare, potrebbe esprimere sia il Presidente del Consiglio sia il Capo dello Stato, inaugurando una fase politica inedita nella storia repubblicana. Se, invece, nessuno degli schieramenti ottenesse una maggioranza autosufficiente, lo scenario cambierebbe radicalmente. Potrebbe aprirsi una stagione di negoziati per la nascita di un governo istituzionale o di larga coalizione, destinato ad accompagnare il Paese fino all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. In quel contesto il Quirinale tornerebbe a essere il principale punto di equilibrio del sistema, imponendo la ricerca di una personalità condivisa. La storia repubblicana insegna che l’elezione del Capo dello Stato è spesso maturata nei momenti di maggiore tensione nazionale. Basti ricordare il 1992: dopo la strage di Capaci e nel pieno di una drammatica crisi politica e istituzionale, il Parlamento elesse Oscar Luigi Scalfaro in un clima di straordinaria emergenza.

Per questo la partita del 2027 non riguarda soltanto la formazione del prossimo governo, ma anche l’equilibrio dell’intero sistema istituzionale. Se dalle urne non dovesse emergere una maggioranza chiara, l’Italia potrebbe entrare in una fase di prolungata incertezza politica, nella quale la capacità delle forze parlamentari di costruire compromessi responsabili sarà determinante. In gioco non vi sarà soltanto la stabilità di un esecutivo, ma l’equilibrio delle istituzioni repubblicane nel passaggio che condurrà all’elezione del nuovo Capo dello Stato.