Il Venezuela affronta una delle peggiori tragedie della sua storia recente. Il violento terremoto che ha colpito l’area di Caracas, La Guaira continua a presentare un bilancio in drammatico aggiornamento, mentre i soccorsi procedono a rilento tra accuse di inefficienza, ostacoli burocratici e interferenze del regime di Nicolás Maduro. In questo scenario, la giornalista venezuelana Eliana Loza, residente in Italia e da sempre vicina a María Corina Machado, racconta al Riformista come la catastrofe naturale ponga il Venezuela davanti a un drammatico bivio: il ritorno della democrazia o l’abbandono a chissà quanti altri anni di regime autoritario.

Il bilancio del terremoto continua ad aggravarsi. Che quadro emerge?
«È un bilancio che cambia di ora in ora, al punto che qualunque cifra rischia di essere superata nel giro di poche ore. La forbice va dai 10.000 ai 100.000 morti».

Una forbice molto ampia…
«Necessariamente, perché siamo al buio. Il regime non dà informazioni, né permette agli osservatori internazionali di acquisire dati. Filtra, rallenta, frena. Tanto le squadre in missione da altri Paesi quanto le centinaia di squadre di volontari venezuelani. Tenuti alla larga, fucili spianati, dalle zone in cui tentano di entrare ad aiutare».

Si dice sempre che le democrazie liberali sono lente e le democrature autoritarie veloci. Lei sostiene il contrario.
«Le dico che i soccorsi procedono con una lentezza incomprensibile e questo moltiplicherà il numero delle vittime. La tragedia mostra plasticamente una cosa: i regimi non aiutano mai, in caso di emergenza. Solo i sistemi democratici possono garantire la velocità e la fluidità degli interventi quando c’è una urgenza drammatica, perché si basano sulla responsabilità individuale, sulla fiducia reciproca, sulla libertà di iniziativa e sulla cooperazione internazionale aperta. Elementi che il Venezuela di Delcy Rodríguez non conosce».

Perché i soccorsi vengono rallentati?
«Perché il regime li ostacola. Squadre di salvataggio arrivate da molti Paesi sono state fermate per ore, richiamate a Caracas per stucchevoli cerimonie di ringraziamento invece di essere impegnate a scavare tra le macerie. Gli hanno impedito di accelerare le operazioni di salvataggio. È una scelta assurda mentre ci sono ancora persone vive sotto gli edifici crollati. Ogni ora persa costa numerose vite».

Gli aiuti internazionali stanno arrivando?
«Sì, moltissimi Paesi hanno inviato uomini e mezzi, perfino nazioni con risorse limitate hanno dato il proprio contributo. Il problema non è la solidarietà internazionale, ma il fatto che il governo rallenta tutto con autorizzazioni, permessi e controlli. In un’emergenza simile gli aiuti dovrebbero essere operativi immediatamente, non bloccati dalla burocrazia del regime».

La macchina dello Stato sta funzionando?
«No. A lavorare sono soprattutto pompieri e protezione civile locale, con mezzi insufficienti e infrastrutture abbandonate da anni. I militari, invece, sono quasi assenti. Il Venezuela è stato lasciato deteriorare in ogni settore. Perfino l’industria petrolifera era stata abbandonata».

La corruzione continua anche durante l’emergenza?
«Purtroppo sì. I cittadini raccolgono medicine, coperte e viveri, ma la Guardia nazionale interviene per requisire tutto. C’è il timore fondato che quegli aiuti non arrivino mai ai destinatari. Intanto circolano numerosi video che mostrano saccheggi e persino appartenenti alle forze dell’ordine intenti a portare via televisori ed elettrodomestici. È il simbolo di uno Stato divorato dalla corruzione».

I social stanno facendo la differenza?
«Assolutamente sì. Molti salvataggi sono stati possibili grazie ai telefonini. Persone rimaste sotto le macerie hanno potuto inviare la propria posizione, i volontari hanno condiviso informazioni in tempo reale. Senza questa rete spontanea di comunicazione il bilancio sarebbe stato ancora più drammatico».

Quanto pesa, torno a chiederle, l’assenza di democrazia nella gestione della crisi?
«Pesa moltissimo. Quando uno Stato è controllato da un sistema autoritario, ogni decisione dipende dalla volontà del potere e non dall’interesse dei cittadini. Oggi tutto è subordinato alle esigenze propagandistiche del regime. Si pensa prima all’immagine del governo e poi alle persone da salvare. E il regime non manda giù che ad aiutare siano corsi tanti Paesi che considerano politicamente ostili, a partire da quelli europei».

Che ruolo stanno giocando gli Stati Uniti?
«Gli Stati Uniti sono presenti con aiuti e personale, ma molto dipende dalla linea della Casa Bianca. Donald Trump resta una figura imprevedibile. Sul Venezuela continua a dichiarare di voler favorire il ritorno della democrazia, ma il terremoto cambia completamente lo scenario. Oggi è difficile capire quale sarà la sua prossima mossa».

L’Italia come può contribuire?
«L’Italia ha sempre dimostrato grande vicinanza alla comunità venezuelana e può continuare a sostenere gli aiuti umanitari, la cooperazione internazionale e la pressione diplomatica perché gli aiuti arrivino davvero alla popolazione. In questo momento ogni voce democratica europea è importante».

Questo terremoto può cambiare anche gli equilibri politici?
«Può accadere tutto. Potrebbe provocare il crollo definitivo del regime, perché la rabbia della popolazione è enorme. Oppure potrebbe consolidarlo, se la gente, stremata da morti e distruzione, non avrà più la forza di reagire. Sono i due scenari estremi che oggi convivono».

María Corina Machado può tornare protagonista?
«Lo è sempre stata. Per milioni di venezuelani rappresenta la speranza democratica. Ha costruito la più grande mobilitazione civile degli ultimi anni, ha organizzato il controllo dei seggi e dimostrato la vittoria dell’opposizione alle elezioni. In queste ore ha espresso vicinanza alle vittime e ha annunciato la volontà di tornare in Venezuela. È una scelta coraggiosa ma rischiosissima: c’è chi teme possa essere arrestata o addirittura uccisa».

Oggi cosa va ricostruito davvero?
«Le case e le infrastrutture saranno una sfida enorme, ma la ricostruzione più difficile resta quella della democrazia. Il Venezuela era già un Paese da ricostruire prima del terremoto. Adesso questa tragedia rende tutto ancora più complicato, ma anche più urgente».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.