I cartelli messicani incidono sull'andamento dei mercati
È l’ora di una strategia comune tra Usa e Ue per respingere le minacce del narcotraffico
Il narcotraffico è una minaccia comune per Stati Uniti ed Europa, ma le risposte restano ancora poco coordinate. Washington sta adottando un approccio sempre più aggressivo: le operazioni condotte nell’ambito di Southern Spear continuano a produrre risultati concreti. La scorsa settimana, un’azione congiunta tra forze statunitensi e venezuelane ha portato all’eliminazione del leader del Tren de Aragua, organizzazione criminale sudamericana ormai presente anche in Europa.
Solo in Spagna, tra il 2024 e il 2026, sono stati arrestati 18 affiliati coinvolti in narcotraffico e riciclaggio. All’inizio di giugno, inoltre, gli Stati Uniti hanno designato il Primeiro Comando da Capital e il Comando Vermelho come organizzazioni terroristiche straniere. Il PCC opera in 26 Stati brasiliani, più dei 23 in cui è presente McDonald’s. Entrambi i gruppi dispongono di reti transnazionali che si estendono oltre il Sudamerica, con affiliati arrestati anche in Portogallo e in altri Paesi europei. E il Brasile rappresenta oggi la principale piattaforma logistica del narcotraffico internazionale grazie ai collegamenti con Colombia, Bolivia, Paraguay e Perù, alla profondità del territorio amazzonico e alla capacità dei porti atlantici attraverso cui la cocaina viene instradata verso Europa, Africa occidentale e Asia.
Per Bruxelles diventa quindi centrale il tema dell’armonizzazione, poiché il narcotraffico è sempre più gestito da organizzazioni criminali globali che operano su scala intercontinentale, sfruttando le differenze tra sistemi giuridici, livelli di enforcement e capacità operative delle istituzioni. Utilizzano soprattutto infrastrutture europee – porti, snodi logistici e reti finanziarie – per controllare mercati e piazze di spaccio nell’Unione, dove risultano attive circa 821 reti criminali, con oltre 25.000 membri coinvolti e una forte capacità di infiltrazione nell’economia legale. Un caso emblematico è Marbella, sulla Costa del Sol, definita “l’Onu del crimine organizzato”, con almeno 113 gruppi criminali provenienti da circa 59 nazionalità.
Di conseguenza, reprimere in modo intenso su una sponda dell’Atlantico e in modo disomogeneo sull’altra produce un effetto di “spostamento” e riorganizzazione delle reti criminali – un vero e proprio waterbed effect – che consente di adattarsi rapidamente, ridistribuire le proprie rotte e mantenere un’elevata capacità di resilienza rispetto a qualsiasi azione isolata di contrasto. Già la mancata adozione di strumenti di contrasto omogenei a livello europeo, come il 41-bis, favorisce il consolidamento delle strutture mafiose: un boss della camorra può essere trattato in alcuni Paesi dell’Unione alla stregua di un ladro di auto georgiano. A ciò si aggiunge la mancata armonizzazione con Washington, ulteriore errore strategico di contrastare una minaccia che non si esaurisca nella sola dimensione della criminalità tradizionale, ma si estenda anche a circuiti economici e finanziari più ampi. Se la ndrangheta, come afferma Nicola Gratteri, “i soldi li pesa e non li conta più”, i cartelli messicani sono arrivati a incidere direttamente anche sull’andamento dei mercati.
A inizio febbraio, sullo Shanghai Futures Exchange, la vendita massiccia di circa 1,3 miliardi di once di argento “cartaceo” ha fatto crollare i prezzi tra il 17% e il 22%, mentre nel mercato fisico la domanda restava elevata. Il fabbisogno globale di argento continua a crescere per tecnologia ed energia, ma una quota significativa della produzione proviene dal Messico, primo produttore mondiale, dove in diverse aree i cartelli controllano il territorio. Lì, il 23 gennaio, un commando del Cartello di Sinaloa ha rapito dieci lavoratori del progetto Pánuco della Vizsla Silver, nello Stato di Sinaloa, con un impatto diretto sul titolo, in calo di oltre il 33% in un mese.
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