L'intervista
Venezuela, a Caracas sicurezza precaria. Mia: “Il 16% del Pil viene da attività criminali. Il narcotraffico? Non un gran problema per gli USA”
Irene Mia, responsabile sicurezza e governance per l’America Latina dell’International Institute for Strategic Studies di Londra (IISS), ripercorre le tappe che hanno portato alla cattura e alla destituzione dell’ex presidente venezuelano Nícolas Maduro e alla nuova gestione statunitense del Paese.
Considera legittimo il blitz Usa che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro?
«È mancata l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e anche quella del Congresso, che non è stato chiamato ad esprimersi in materia. L’amministrazione Trump ha giustificato il blitz come operazione di law enforcement: durante gli ultimi mesi, è infatti cresciuta l’attenzione nei confronti del cartello dei Los Soles. La definizione di ‘cartello’ è in realtà impropria, in quanto manca una vera e propria struttura gerarchica: è semplicemente il modo con cui molti analisti si riferiscono a una rete di corruzione che palesa una salda connivenza fra apparato governativo, esercito e forze di sicurezza da un lato ed elementi del crimine organizzato dall’altro».

A suo avviso, potrebbe aver luogo un nuovo blitz Usa boots on the ground?
«Dipende da come si muoverà questo governo di transizione. Considerando i desiderata di Trump, la priorità risiederà nell’accesso alle risorse energetiche del Paese, unitamente alla possibilità della remigrazione e della limitazione della presenza di rivali geopolitici – Cuba, Russia, Iran – in Venezuela. Queste le condizioni che il presidente americano avrà presentato a Delcy Rodríguez. Per quanto riguarda invece il tema del narcotraffico, esso non rappresenta un grande problema per gli Usa: dal territorio venezuelano, infatti, non viene esportato fentanyl negli Usa, mentre, secondo alcune statistiche, soltanto l’8% della cocaina che transita in Venezuela arriva negli Stati Uniti. Nel momento in cui la Rodríguez riuscirà a centrare questi obiettivi, non credo vi saranno altri interventi americani. Il problema riguarda invece taluni equilibri interni».
Ovvero?
«Innanzitutto, Delcy Rodríguez non ha sull’esercito la stessa influenza dei ministri degli Interni Diosdado Cabello e della Difesa Vladimir Padrino López, e ciò risulterebbe dirimente nel caso di eventuali tensioni. In secondo luogo, nel Paese persiste una situazione di sicurezza estremamente precaria, che Maduro riusciva in qualche modo a controllare. Non mi riferisco soltanto alle gang urbane, ma anche ai paramilitari alleati con il governo, ai gruppi transnazionali e ai vari elementi di congiunzione fra il regime e i gruppi criminali. Secondo alcuni dati, il 16% del Pil del Venezuela è costituito dai profitti delle attività criminali. Altro fattore da tenere in conto è la reazione della popolazione. All’inizio Caracas ha dimostrato una certa sobrietà. Nonostante la destituzione di Maduro, il potere è amministrato dalle stesse mani. Il governo, attualmente, mantiene saldo il controllo sulla società civile e sulla comunicazione. Infine, bisogna ricordare che Russia e Cina coltivano un ingente interesse economico nel Paese. Con la gestione americana, verrà lesa la base giuridica dei contratti per il petrolio e il gas siglati da queste potenze per essere poi soppiantati da altri a profitto di imprese statunitensi?».
Sequestro Usa di due petroliere, una registrata in Russia, l’altra in Cina. Sale la tensione nello scacchiere geopolitico?
«Il Venezuela ha avuto un ruolo importantissimo nel fare arrivare petrolio a Paesi al momento sotto sanzioni. Bisogna tenere in considerazione gli interessi nevralgici di Russia e Cina nella regione. Trump, tuttavia, ha dato nuova linfa a una politica estera incentrata sulle zone d’influenza. Gli Usa dirigono la propria attenzione principalmente verso l’Occidente; l’azione della Russia in Ucraina e della Cina su Taiwan rientrerebbe in tale prospettiva. Si tratterebbe, quindi, per ogni potenza, di marcare in maniera risoluta la propria zona d’influenza senza avanzare pretese su altre. La sorte del Venezuela dipende anche da questo».
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