A mezzogiorno, davanti ai cronisti, Pietro Tatarella ha chiuso sette anni di silenzio con una candidatura messa sul tavolo a viso aperto: corsa a sindaco di Milano nel 2027, dentro il centrodestra, «senza fare i conti con la calcolatrice». Niente civismo di riparo: «Oggi non ci si può nascondere dietro il soggetto civico, la politica si deve prendere le sue responsabilità». E si propone con una formula che è già una rivendicazione: «In questo momento non c’è nessuno che più di me possa incarnare i valori di Forza Italia». Ha pagato un prezzo che non nasconde, anzi rivendica.

La storia di Tatarella

Eletto in Consiglio comunale per la prima volta nel 2006 con Forza Italia, due mandati a Palazzo Marino, Tatarella era consigliere in carica e candidato alle Europee quando, il 7 maggio 2019, venne arrestato nell’inchiesta «Mensa dei poveri». Le accuse — finanziamento illecito, corruzione, persino sospetti rapporti con la ‘ndrangheta — gli costarono 46 giorni di isolamento, quattro mesi di carcere e due ai domiciliari. Poi il processo, l’assoluzione piena in primo grado nell’ottobre 2023, il ricorso della Procura, la conferma in appello a gennaio: il fatto non sussiste. Nel frattempo aveva lasciato la politica.

Tatarella, i racconti dal carcere

Un dettaglio basta a misurare quegli anni: «Quando ero in carcere, in isolamento, mille cittadini mi hanno votato» alle Europee. A riaccendere la voglia di tornare, racconta, è stata la campagna per il referendum sulla giustizia, dopo anni in cui non metteva piede in un dibattito. La chiusura del capitolo giudiziario ha fatto il resto, senza spirito di rivalsa: «Queste cose non si fanno per ripicca, lo faccio per amore della città». Rivendica una resilienza maturata sulla propria pelle, fino a un impegno che continua. È da lì che riparte, dal suo radicamento nella Milano più “sensibile”. Nato a Baggio, nelle case popolari, ammonisce: «Le periferie le conosco, non ci vado come al circo a vedere gli animali». La casa è il primo tema, e lo gira in una domanda scomoda: «Tutti dicono dove e quanto si costruirà, ma nessuno risponde alla domanda: per chi si costruisce?». Poi la sicurezza e il degrado — «Milano è trascurata, è sporca, basta vedere i cestini» — e l’immigrazione, su cui marca la distanza: «Il mio approccio non è quello della Sardone, non è quello di una destra estrema». Sull’urbanistica bloccata dalle inchieste, una riga netta: «Non sarò un sindaco che si fa dettare l’agenda dalla Procura».

Milano non fa crescere nessuno

La mossa cade in una settimana affollata. La Lega ha appena consacrato Sardone ai gazebo, Ignazio La Russa apre a Maurizio Lupi, il tavolo della coalizione è atteso a giorni. Tatarella ci si infila da politico dichiarato, e proprio sul «civico puro» caro a Forza Italia affonda: «Mi sembra che si sia superata quell’idea, basta vedere il gazebo della Lega. Lo stesso La Russa ha sempre detto che avrebbe preferito un politico». Su Lupi, rispetto e stoccata generazionale: «Con il massimo rispetto, sarebbe stato il candidato degli anni passati. Sono anni che Milano non fa crescere nessuno: chi vuole dare le carte è sempre lo stesso, gli stessi del 2006 e del 2016». Sulle primarie non si tira indietro: ricorda di aver doppiato proprio Sardone alle comunali.
Sotto le dichiarazioni corre però un sottotesto che pesa di più. Tatarella offre il suo nome a pochi giorni dall’uscita di Alessandro Sorte — «una persona che conosco bene, abbiamo fatto un pezzo di squadra in Forza Italia» — che, proprio sulle nostre pagine, ha riaperto al profilo riformista, lasciando intravedere lo schema che porta a Carlo Cottarelli. Un’ipotesi che dentro la base imprenditoriale azzurra non scalda, e anzi starebbe alimentando malumori. La candidatura dell’ex amministratore, cresciuto in Forza Italia, ingiustamente incarcerato e assolto, arriva esattamente su quella faglia.