Non è stata soltanto una convention, né un incontro tra nostalgici del Terzo polo. L’appuntamento milanese di “Se tu sei europeista”, andato in scena ieri al Teatro Franco Parenti, ha avuto un significato politico più profondo: misurare l’esistenza di un popolo che da tempo non trovava più un luogo dove riconoscersi. L’affluenza, ben oltre le aspettative degli organizzatori, è diventata il primo dato politico. Non tanto per il numero dei presenti, quanto per ciò che quel numero racconta.

«Abbiamo avuto solo il merito di organizzare una festa a lungo attesa», osserva Piercamillo Falasca, prendendo a prestito Tolkien. «Ormai quelli che ritengono un imbroglio l’attuale bipolarismo a trazione populista e filorussa non si limitano agli elettori del vecchio Terzo Polo, ma sono molti di più, anche tra gli elettori tradizionali di Pd, Forza Italia, Più Europa». È probabilmente qui che va cercata la chiave di lettura dell’iniziativa. Non nella nostalgia di ciò che è stato, ma nella ricerca di ciò che ancora non c’è. Daniele Nahum, consigliere comunale a Milano e dirigente di Azione, lo ricalca: «I cittadini sono stanchi dei massimalismi di sinistra e delle derive sovraniste di destra. C’è una fame enorme di un posizionamento politico serio, liberale, pragmatico e riformista». Una lettura che Sergio Scalpelli, già Assessore alla Cultura di Milano inserisce dentro una prospettiva più ampia. «Europeisti ha intercettato, decidendo di creare una piattaforma unitaria per agevolare il confronto tra riformisti, riformatori e liberal-democratici, una domanda visibile e forte». Non si tratta, spiega, di una suggestione momentanea. «Nel 2022 il Terzo Polo ha ottenuto quasi l’8%, alle Europee del 2024, pur ridicolmente divisi, oltre il 7%. Anche i più distratti sanno che è un’area che, se ben guidata e con una spinta unitaria, può valere oltre il 10%».

Dietro il successo milanese c’è dunque una convinzione condivisa: esiste uno spazio politico che nessuno occupa davvero. Scalpelli lo dice senza giri di parole: «La trasformazione del Pd in succursale di Conte e Avs non era ancora compiuta. Il campo liberal-democratico, se consideriamo un bel pezzo di Forza Italia e un pezzo di elettorato del Pd, vale tanto». Ma c’è un secondo elemento che rende interessante l’esperimento milanese. Europeisti non nasce attorno a un tema identitario tradizionale, bensì attorno a questioni che molti consulenti politici considererebbero poco popolari: Europa, difesa comune, Ucraina, sicurezza continentale. La scommessa è esattamente questa. «Non dobbiamo renderli sexy, dobbiamo renderli vitali», sostiene Nahum. «Difendere lo Stato di diritto, la libertà e i confini europei significa difendere direttamente il benessere, la sicurezza e l’economia delle nostre famiglie. Davanti a chi strizza l’occhio ai dittatori o propone ricette demagogiche, la concretezza e la fermezza geopolitica diventano l’unico vero scudo per il futuro del Paese». Falasca spinge ancora più avanti il ragionamento. «Quel che accade oggi a Kyiv può accadere domani a Roma». Il nodo, secondo lui, è la consapevolezza collettiva. «Gli italiani segnalano da sempre una forte esigenza di sicurezza, solo che la rivolgono esclusivamente alla loro sicurezza domestica e privata. Manca la percezione di quanto sia oggi fondamentale proteggere la nostra società da chi ha dichiarato apertamente guerra all’Europa». Per questo Europeisti punta a trasformare la geopolitica in politica interna. «La guerra è già arrivata, con i centinaia di attacchi ibridi subiti ogni giorno da imprese e istituzioni o con le infiltrazioni russe para-mafiose nel sistema politico».

Anche Scalpelli insiste sulla necessità di raccontare l’Europa per quello che è realmente. «Ci vive il 6% della popolazione mondiale, produce il 16% del Pil globale, è l’area più ricca del mondo». E ricorda una formula destinata a diventare uno slogan politico: «L’Europa non è libera perché è ricca, ma è ricca perché è libera». Non mancano le critiche all’Unione europea. «Non ha politica estera e di difesa comune, non ha uno spazio bancario comune, non sta giocando una partita significativa sull’intelligenza artificiale». Eppure, aggiunge, «resta un polo di attrazione per tutte le nazioni e i popoli che non vogliono restare prigionieri di minacce autocratiche. E Putin lo ha capito bene». È qui che il discorso si sposta inevitabilmente sul futuro. L’evento di Milano è stato anche il primo banco di prova di una possibile ricomposizione dell’area liberal-democratica e riformista. L’ingresso in campo di Pina Picierno con il progetto Spazio Pubblico ha dato ulteriore energia a un processo che fino a pochi mesi fa appariva frammentato. «La decisione di Pina Picierno di dar vita a Spazio Pubblico ci dice una cosa semplicissima», afferma Scalpelli. «Ci sono centinaia di migliaia di elettori che chiedono ai leader non pomposi progetti di partiti unici che poi certamente verranno, ma accordi programmatici e patti di azione comune».

L’obiettivo finale è chiaro: «Far trovare a noi, loro elettori, un unico simbolo sulla scheda. Sono ottimista». L’ottimismo è condiviso anche da Falasca. «Sono convinto di sì, occorre solo pragmatismo e generosità». Il punto di partenza, per lui, è evidente: «Azione è il partito più grande e consolidato e sarà la base necessaria di questa lista». Ma il lavoro da fare resta enorme: «Tutti noi altri dobbiamo fare la nostra parte per allargare il perimetro dell’attivismo e del consenso. Con Europeisti.eu proveremo a coinvolgere soprattutto forze civiche e sociali». Nahum usa toni analoghi. «L’obiettivo è rafforzare l’area partendo da ciò che c’è». E individua in Carlo Calenda il perno dell’operazione. «Azione, con la leadership di Carlo Calenda, sta facendo un lavoro straordinario nella consapevolezza che il perimetro va allargato. Il voto potenziale a un’offerta europeista, liberale e riformista è più ampio dei singoli soggetti attuali». La vera notizia uscita da Milano, in fondo, non è che i riformisti esistano ancora. Lo si sapeva già. La notizia è che hanno ricominciato a cercarsi. E che, per la prima volta dopo anni di divisioni, sembrano aver compreso che l’unità non è più una suggestione culturale ma una necessità politica. Da qui alle prossime elezioni la strada resta lunga. Ma il messaggio arrivato dal Franco Parenti è semplice: l’elettorato liberal-democratico non chiede l’ennesima sigla. Chiede una casa comune. E soprattutto pretende che qualcuno inizi finalmente a costruirla.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.