Sotto il cielo della politica romana regna una grande divisione. Quel che è peggio è che la frattura attraversa la politica estera, tanto nella maggioranza quanto nell’opposizione. Il pomo della discordia è l’Ucraina. Nel governo la Lega mantiene una posizione critica verso Kiev e molto compiacente con Mosca. Sul fronte più apertamente vicino alle posizioni del Cremlino si colloca invece l’ex generale Roberto Vannacci, oggi alla guida di FN. Nel cosiddetto campo largo, la posizione più netta è quella del M5S di Giuseppe Conte, affiancata da Avs e da settori del Pd. A Nova, a Milano, il 91,7% degli iscritti M5S ha approvato la linea contraria alla prosecuzione dell’invio di armi a Kiev e il 94,1% ha votato contro il piano di riarmo europeo. Conte ha ribadito che non intende arretrare.

La questione non riguarda soltanto l’Ucraina, ma la collocazione dell’Italia nell’Occidente. Non c’è, peraltro, soltanto la Russia. Conte, che nel 2019 firmò il memorandum sulla Belt and Road Initiative, la Via della Seta, ha mostrato una particolare sintonia politica con Pechino. Il governo Meloni ha scelto nel 2023 di non rinnovare quell’accordo, anche per rafforzare l’ancoraggio euro-atlantico dell’Italia. Conte si trova così, nella sua politica internazionale, tra Russia e Cina, mentre il rapporto politico con Donald Trump resta una questione ancora da definire. Un politico, Conte, che nel tempo ha assunto posizioni profondamente trasformiste. La politica estera italiana assomiglia così al delta di un fiume: molti rivoli, una sola foce che dovrebbe essere l’interesse nazionale. Con luci e ombre, Giorgia Meloni ha mantenuto la barra nel solco della collocazione euro-atlantica dell’Italia. Ma l’America di Trump non considera l’Europa una priorità politica come in passato e chiede agli alleati europei un maggiore peso nella propria sicurezza. Francia e Germania, un tempo le potenze europee con maggiore voce in capitolo, oggi restano Paesi fondamentali dell’Unione, ma nel nuovo equilibrio mondiale sono potenze medie.

Nessuna delle due, da sola, può più parlare a nome dell’Europa. Ed è qui che torna in campo l’Italia. Meloni non propone l’Europa federale verso la quale si era incamminato il processo d’integrazione, ma un’Europa confederale, nella quale gli Stati mantengano ampia sovranità e cooperino sulle questioni strategiche. È una concezione diversa da quella di chi ritiene necessario rafforzare l’integrazione politica europea. Il problema è che un’Europa senza maggiore capacità politica e strategica rischia di diventare spettatrice della competizione tra Stati Uniti, Cina e Russia. Il mondo non è più quello di Yalta e della guerra fredda, quando il sistema internazionale era più rigido e, paradossalmente, più leggibile. Oggi quella logica bipolare non esiste più. Dopo il crollo dell’Urss non è nato un nuovo ordine stabile, ma un mondo frammentato, nel quale Stati Uniti, Cina, Russia e potenze regionali competono secondo geometrie variabili. Il multilateralismo, fondato su regole e istituzioni comuni, è entrato in crisi. Nel 2025 l’UCDP ha registrato 65 conflitti armati con il coinvolgimento di almeno uno Stato, il dato più alto dal 1946; tredici sono stati classificati come guerre.

Per l’Italia significa avere una politica estera riconoscibile: europea, atlantica e autonoma nelle scelte, senza ambiguità verso Mosca o Pechino e senza subalternità verso Washington. Ma senza un’Europa politicamente più forte, anche l’autonomia italiana rischia di rimanere soltanto una parola. Se vuoi contare nel mondo, devi sapere quali sono i tuoi alleati, quali interessi difendi e quale idea di Europa vuoi costruire. È su questo terreno che si misura la serietà di una politica estera.