Esteri
Xi Jinping incontra Trump a Washington: il vero banco di prova è Taiwan
L’accoglienza tributata a Joint Base Andrews svela la portata straordinaria del vertice: Donald Trump che attende sulla pista Xi Jinping rappresenta un gesto protocollare raro, incorniciato da picchetti d’onore e jet militari. Giunti al terzo faccia a faccia nell’arco di dodici mesi, i leader delle prime due potenze mondiali si ritrovano a Washington per disinnescare una spirale che rischia di travolgere i mercati e la sicurezza globale. Sul tavolo figurano il contenimento della crisi iraniana, la governance dell’Intelligenza Artificiale e la tregua sui dazi commerciali, negoziata a New York da Scott Bessent ed He Lifeng. Tuttavia, il vero perno geopolitico su cui si gioca la credibilità dell’Occidente rimane l’avvenire di Taiwan. Ridurre il dossier taiwanese a un contenzioso territoriale significa ignorare la natura stessa dell’ordine globale. Con i suoi 36.000 chilometri quadrati, Taipei costituisce la cerniera strategica della prima catena di isole e un baluardo di democrazia liberale, aperta e riformista.
L’autonomia dell’isola garantisce la stabilità dello Stretto, un’arteria marittima cruciale attraversata ogni anno da oltre 2,4 trilioni di dollari di merci. La sua collocazione geografica previene proiezioni aggressive della Marina cinese verso il Mare delle Filippine, mentre la sua supremazia nella produzione di semiconduttori avanzati alimenta la rivoluzione tecnologica dell’intero pianeta. Per gli Stati Uniti e le democrazie alleate, difendere lo status quo e la libertà dell’isola si traduce nella tutela dell’architettura di sicurezza del Pacifico e dei valori liberali dell’Occidente. Per la Repubblica Popolare Cinese, la “riunificazione” è un dogma ideologico non negoziabile, definito dal Partito Comunista come il cuore del “ringiovanimento nazionale”. Alla vigilia del vertice, l’ambasciatore Xie Feng ha ribadito le inderogabili “linee rosse” di Pechino, collocando il dossier taiwanese al vertice delle priorità insieme al rifiuto di sanzioni guidate da motivi di sicurezza nazionale.
Nel corso dei colloqui alla Casa Bianca, Xi Jinping punta a fare leva sulla flessibilità commerciale e sulla cooperazione nel dossier mediorientale per ottenere concessioni precise: la sospensione delle vendite di armi americane a Taipei – incluso il pacchetto da 14 miliardi di dollari in attesa di approvazione – e una dichiarazione esplicita contro l’indipendenza dell’isola. In questo contesto, la diplomazia di Washington si trova di fronte a un banco di prova decisivo. La tentazione di cedere a un pragmatismo transazionale in cambio di intese agricole o tariffarie rappresenterebbe un errore strategico esiziale. La difesa di Taiwan travalica i confini della convenienza economica di breve termine: cedere alle pretese egemoniche di un regime autocratico incrinerebbe la fiducia dei partner orientali, comprometterebbe la sicurezza della navigazione internazionale e lascerebbe vulnerabili le filiere tecnologiche indispensabili alla prosperità delle nazioni libere.
La postura della leadership americana deve mantenere un orientamento fermo, coeso e chiaramente ancorato alla difesa dei princìpi democratici. Il dialogo fra grandi potenze e la ricerca di stabilità finanziaria sono auspicabili, ma non possono concretizzarsi a scapito della sovranità e della libertà del popolo taiwanese. Sostenere Taipei significa riaffermare la validità del modello liberale e impedire che la forza bruta sostituisca il diritto internazionale come regolatore delle relazioni umane.
© Riproduzione riservata






