Donald Trump ha già messo le mani avanti. Quando in Italia era già la notte di venerdì, il presidente degli Stati Uniti ha accusato la Cina di avere interferito nelle elezioni del 2020. Come ormai accade da quasi sei anni, il mantra di The Donald è sempre quello: seminare dubbi sulle presidenziali vinte da Joe Biden, immaginando un complotto ai suoi danni. Prima lo ha fatto dipingendo per anni le elezioni come falsate nel conteggio dei voti.

Ora parlando di “dati di decine di milioni di elettori in 18 Stati” che “sono stati acquistati, rubati o sottratti tramite hackeraggio dalla Cina”. “Le nostre macchine e i nostri sistemi di conteggio dei voti sono esposti a hacking, manipolazione e corruzione” ha detto il tycoon, accusando Pechino “e altri Paesi” di avere “tentato di interferire nelle nostre elezioni”. Ha parlato anche della “più grave violazione del sistema elettorale della nostra storia” e che addirittura vi è stato un tentativo di produrre schede elettorali in favore di Biden. Tuttavia, The Donald ha anche ammesso che “le prove di frode sono state insabbiate” e che ordinerà ai servizi e all’Fbi di indagare sulle azioni di Pechino. E quest’ultima intenzione, unita al fatto che i documenti di cui ha parlato non dimostravano nulla né riportavano una percezione maggioritario dell’intelligence Usa, implicano che le prove, di fatto, ancora non ci sono.

I problemi sollevati da Trump non sono secondari. Il presidente non solo ha messo in dubbio l’impermeabilità del sistema di voto del Paese che guida, ma sembra anche avere lanciato un segnale in vista delle Midterm. Un sospetto preventivo mentre i sondaggi lo danno in caduta libera. Per molti osservatori, quindi, più che rafforzare la sua posizione, The Donald avrebbe in realtà confermato una sensazione di debolezza, se non una vera e propria frustrazione per un possibile flop al voto. Ma oltre all’elemento elettorale, a tenere banco è anche la decisione di Trump di puntare il dito direttamente contro la Cina, che ha chiaramente respinto le parole del presidente americano. Negli ultimi tempi, il capo della Casa Bianca aveva parlato del suo omologo cinese, Xi Jinping, in toni entusiasti. Ne aveva tessuto le lodi, aveva definito il loro rapporto come quello di una “grande amicizia”.

Anche sul fronte iraniano, il presidente Usa aveva suggerito come il ruolo di Xi si fosse rivelato fondamentale e aveva parlato del rispetto reciproco che avevano i due leader. Tuttavia, affermare che il Paese guidato da quel presidente abbia tentato di influenzare l’esito elettorale è un’accusa che non è certo secondaria. Tanto più perché il tema degli attacchi hacker si inserisce in una fase profondamente tesa dei rapporti tra Pechino e Washington sul mondo del cyber e dell’intelligenza artificiale. Proprio ieri, dal palco della Conferenza mondiale sull’intelligenza artificiale di Shangai, Xi ha annunciato la nascita dell’Organizzazione mondiale per la cooperazione sull’Ai.

“Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale non dovrebbe essere l’esibizione solitaria di un singolo Paese, ma una sinfonia di cooperazione internazionale”, ha affermato il leader cinese (che ieri ha incontrato anche il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres). I vari limiti all’export di tecnologie avanzate, semiconduttori e tecnologie sensibili da parte di Usa e Unione europea è un dossier che da tempo è sul tavolo dei più alti dirigenti di Pechino. E ora, l’obiettivo di Xi è quello di creare centri di cooperazione tecnologica tra Cina, Asean, Lega Araba, Brics e Paesi latinoamericani. E mentre Trump parla di elezioni truccate, la sfida tra le potenze si arricchisce di un altro tassello: la guerra sull’intelligenza artificiale.