Esteri
Trump passa, gli Stati Uniti restano: possiamo fare a meno di un presidente ma non del rapporto transatlantico
La sua ascesa alla Casa Bianca era stata accompagnata da una promessa tanto semplice quanto ambiziosa: gli Stati Uniti sarebbero tornati a essere un fattore di pace e non di guerra. Donald Trump aveva ripetuto più volte che, se fosse stato presidente nel 2022, l’invasione russa dell’Ucraina non sarebbe mai avvenuta.
Da qui anche la convinzione di meritare il Premio Nobel per la Pace, naturalmente mai arrivato. Oggi il paradosso è sotto gli occhi di tutti. Il presidente americano si trova a gestire due tra i più pericolosi conflitti del pianeta: quello russo-ucraino e quello iraniano, nel quale Washington è stata coinvolta direttamente. L’uomo che prometteva di chiudere le guerre è costretto a governarle. L’isolamento internazionale degli Stati Uniti sulla crisi iraniana ha inoltre aperto una frattura con diversi alleati Nato europei. Trump non ha nascosto il proprio disappunto nei confronti di quei governi che non hanno condiviso la sua linea, a cominciare da Giorgia Meloni, considerata fino a poco tempo fa l’interlocutrice privilegiata della Casa Bianca.
Tutto ci si poteva attendere, meno un presidente americano determinato a ridimensionare il ruolo politico dell’Europa, mettendo continuamente alla prova la coesione dell’Unione europea e della stessa Alleanza atlantica. I leader europei, tuttavia, hanno scelto di non rompere il filo del dialogo, nella consapevolezza che il rapporto transatlantico resta un pilastro della sicurezza occidentale. Il vertice Nato di Ankara, annunciato alla vigilia come uno dei più difficili degli ultimi anni, si è invece concluso meglio del previsto. Pur tra tensioni e divergenze, Trump ha confermato l’impegno americano nell’Alleanza e ha dato il via libera alla produzione su licenza dei missili Patriot destinati all’Ucraina, offrendo a Volodymyr Zelensky uno strumento fondamentale per rafforzare la propria difesa contro gli attacchi russi. Un cambio di atteggiamento non irrilevante rispetto ai mesi precedenti. Molto del risultato raggiunto si deve anche alla paziente mediazione del segretario generale della Nato e al ruolo svolto dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, che è riuscito a mantenere aperto il dialogo tra Washington e gli alleati europei in uno dei momenti più delicati della guerra.
Resta però il dato politico. Sull’Ucraina non si intravede ancora una pace vicina e, sul fronte iraniano, il rischio di un’escalation continua a incombere. Trump si trova così nel mezzo di due conflitti che smentiscono la narrazione del presidente capace di riportare stabilità internazionale. Il caso italiano merita una riflessione a parte. Giorgia Meloni aveva investito molto sul rapporto personale con Trump, ritenendolo un valore aggiunto per la politica estera italiana. Oggi quella scelta richiede una correzione di rotta. L’interesse nazionale impone infatti un equilibrio più saldo tra il rapporto con Washington e quello con l’Europa. Paradossalmente, prendere qualche distanza dal trumpismo potrebbe persino rafforzare la posizione della presidente del Consiglio, perché gli italiani apprezzano le alleanze, ma difficilmente condividono atteggiamenti improntati al bullismo politico o ai continui colpi di scena. Non è un fatto privato tra due leader. È una questione che riguarda la collocazione internazionale dell’Italia. La politica estera non può dipendere dall’affidamento personale nei confronti di un singolo presidente americano, ma deve poggiare su interessi nazionali, credibilità europea e fedeltà all’Alleanza atlantica.
Trump, tuttavia, resta un protagonista imprevedibile. Il movimento MAGA continua a guardare con interesse alle forze sovraniste europee e potrebbe cercare nuovi interlocutori politici nel continente. In questo quadro, figure come Roberto Vannacci potrebbero rappresentare un punto di riferimento per quell’area politica, non tanto per il loro passato personale quanto per il messaggio che incarnano. La vera lezione di questa stagione è un’altra. Le amicizie tra leader passano; gli interessi degli Stati restano. L’Italia farebbe bene a ricordarlo. Perché le grandi democrazie si misurano sulla forza delle istituzioni e delle alleanze, non sulle simpatie personali del momento.
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